La guerra dei consumi
di Michele SerraSenza una drastica riduzione delle importazioni di gas e petrolio, le sanzioni contro la Russia rischiano di avere poco effetto. Lo scrivono Boeri-Perotti sulla Repubblica e la constatazione ci inchioda - come dire - al nostro ruolo di consumatori, apparentemente neutro e passivo, e invece, almeno in teoria, un agente politico di prima grandezza. Importare meno energia dalla Russia, nell'attesa che altre forniture e fonti alternative possano intervenire in nostro soccorso, significa accettare ristrettezze che, se non sono definibili "economia di guerra", un poco le assomigliano. Ricordo i lontani racconti di una mia zia parigina sui tempi di guerra. "Ci si copriva per andare a letto. Al mattino, per lavarsi, si doveva rompere il ghiaccio nella bacinella". E' passato davvero molto tempo. Per una società satolla e iperprotetta come la nostra, anche due gradi in meno di riscaldamento nelle case sono una mezza tragedia. E ridurre la luminaria perpetua che, dai satelliti, fa sembrare l'Europa un immenso lampadario, potrebbe deprimere la nostra psiche abituata al fasto. In compenso qualche rinuncia, se sostenuta dalla convinzione che sia una necessità condivisa, potrebbe restituire anche al consumatore una dignità attiva, perfino un suo potere. Questo non risolverebbe il problema, enorme, delle forniture energetiche all'industria. Ma, ben al di là della quantificazione del risparmio, avrebbe un notevole significato etico-politico. Riassumibile nello slogan: saresti disposto a metterti un maglione in più pur di non dipendere dal gas di Putin? Analoghe domande aleggiano, da tempo, in campo ambientale: saresti disposto a consumare un po' meno per aiutare il Pianeta a respirare? Fin qui la risposta è stata (eufemismo) piuttosto distratta. Ma la speranza è l'ultima a morire.