Nell'epoca della folla
di Michele SerraLe critiche sono importanti. Ma non sono tutte uguali. Che la critica arrivi da un cretino o da una persona riflessiva, da un incompetente o da qualcuno che sa quello che dice, da un fanatico o da un dialogante, è molto diverso. Ci vorrebbe dunque un vaglio della critica. Un criterio per capire quale critica meriti ingresso e ascolto, quale meriti rifiuto. È il problema, immenso, dell'epoca dei social, ovvero della parola massificata. Nell'impossibilità materiale di trovare il tempo e la voglia per effettuare questo vaglio (ovvero: per stabilire qualità nella quantità), da tempo ho preso la decisione di ignorare sistematicamente, diciamo per principio, il mondo dei social. Scrivo quello che penso, cerco di scriverlo meglio che posso, e amen. Non considero, tra le conseguenze utili, le reazioni dei social. Non per disprezzo, piuttosto per la mia manifesta impossibilità, o incapacità, di trarne vantaggio per il mio lavoro, per le mie parole, per la mia libertà di espressione. Scrivo questo in coda al dibattito, molto interessante, sollevato dall'editoriale del New York Times contro la cancel culture, ovvero contro il clima bigotto, e indirettamente oppressivo, che condiziona la parola pubblica, non solo in America. Credo che un elemento fondamentale del problema sia la vera e propria soggezione della parola pubblica all'applauso, all'approvazione, e il conseguente terrore di dire "qualcosa che non va". Anche gli editorialisti dei più influenti giornali del mondo, come l'ultimo (o il primo) degli influencer, hanno l'ossessione della popolarità. Qualcosa di solitario, qualcosa di serenamente appartato potrebbe salvarci, e salvare le nostre parole, ma è esattamente quello che ci manca, nell'epoca della folla.