Dove è finito Marinetti?
di Michele SerraSe la guerra continua a farsi, secolo dopo secolo, si deve concludere che a moltitudini di uomini, di potere ma anche no (vedi gli ultras degli stadi jugoslavi, che furono la manovalanza entusiasta di quel fratricidio), la guerra piace. Altrimenti non la farebbero. Come mai dunque non c'è traccia di un Marinetti, di un Papini, di un post-dannunziano anche minore che canti la guerra "sola igiene del mondo" a viso aperto, ne glorifichi l'impeto vitale che impedisce all'umanità di ristagnare e decadere? Possibile che il pro patria mori non ispiri almeno un rapper? Vi sembra normale che nei talkshow non ce ne sia uno che si dichiara amico della guerra perché la pace è noiosa, pretesca e poco maschia, la guerra è eccitante, vigorosa e valorizza "le belle idee per cui si muore e il disprezzo per la donna" (Marinetti, Manifesto dei futuristi)? Niente, zero poeti, zero pensatori, perfino zero giornalisti disposti a dichiararsi sostenitori della guerra in quanto guerra, affascinati dalle scie luminose dei missili e dai vascelli che si inabissano. Forse dipende dal fatto che la guerra moderna, la cui anima non è l'epica cavalleresca ma lo stragismo tecnologico, di artisti e intellettuali può tranquillamente fare senza. O anche dal fatto che domina la scena una spessa coltre di ipocrisia: qualcuno che si eccita al fragore dei cingoli e al sibilo dei droni magari c'è, ma preferisce tenerlo per sé. Ci vorrebbe un Gregory Corso, che nei Cinquanta, sfidando i fischi degli stupidi, recitò in pubblico la sua Ode alla Bomba, parodia sarcastica del fungo atomico. Non disponiamo più neanche di quello. Niente futuristi, niente beatnik, la massima emozione possibile è una lite tra strateghi.