La maggioranza sconosciuta
di Michele SerraOttantacinque a quindici: è il risultato delle presidenziali francesi a Parigi, dove Macron aveva come principale antagonista non la destra, ma la gauche di Mélenchon, che al primo turno, nella capitale di Francia, ha preso più del trenta per cento dei voti. L'enorme differenza di orientamento politico tra le grandi città e i Paesi che le circondano è un fenomeno mondiale, ed è impressionante sia per le dimensioni, sia per l'uniformità del dato: a Parigi Le Pen politicamente non esiste così come Trump non esiste a New York, Brexit ha perduto nettamente il referendum a Londra e nelle principali città inglesi e scozzesi, la destra catto-populista governa la Polonia ma non Varsavia, il poco che rimane dell'opposizione russa è a Mosca e San Pietroburgo, Erdogan ha in mano la Turchia ma non Istanbul, e nel nostro piccolo la Lega governa la Lombardia, ma Milano se la sogna. Se fossi un leader progressista non ci dormirei la notte. Farei convegni, convocherei esperti, girerei per le valli e i piccoli centri per capire meglio perché sono così lontani dai discorsi che si fanno in città (e viceversa). Soprattutto, farei di conto: dieci milioni di parigini sono comunque meno della somma dell'infinita provincia francese, un milione e mezzo di milanesi non sono dieci milioni di lombardi. Le metropoli rischiano di essere isole cosmopolite soccombenti in un mare di chiusura e di diffidenza. Nelle città ci sono i giornali e le tivù, i governi e i parlamenti, i centri di potere e le case editrici. Ma fuori dalle grandi città c'è una marea di gente. Nelle dieci maggiori città italiane (Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Catania) vivono meno di dieci milioni di italiani. Nei centri cosiddetti minori, più di cinquanta milioni.