La polvere sotto il tappeto
di Michele SerraDai fiumi in secca riemerge di tutto, vestigia del passato (ponti romani, barche, scheletri di mastodonti) e porcherie contemporanee (pneumatici, taniche, plastiche assortite). Come la polvere sotto il tappeto, non c’è nascondiglio che regga il giudizio del tempo. Non tutto scorre, qualcosa si incaglia, e in ogni modo ciò che vediamo spuntare dal fondo inaridito dei corsi d’acqua piccoli e grandi è la minima parte di quello che è già finito in mare, giorno dopo giorno, anno dopo anno.
L’ambientalismo è così di moda che rischia di diventare stucchevole e vuoto, per non parlare dell’irritante greenwashing ostentato anche dalle peggiori aziende del pianeta, perfino i colossi dell’abbigliamento usa e getta (settore distruttivo quasi quanto la guerra) stendono il loro bravo report annuale su quanto sono stati virtuosi e rispettosi.
Ma per altro verso è un bene che l’ambientalismo sia diventato un’ovvietà. Non più un’ideologia, non più un’opzione politica, ma una evidenza oggettiva, quasi una banalità, basta affacciarsi a un ponte, basta avere un termometro appeso al balcone, basta avere occhi per guardare e orecchie per sentire, non esiste negazionismo possibile, non esiste via di scampo, sarà l’azione umana a decidere se la presenza dell’uomo sulla terra è destinata a durare a lungo oppure no.
C’è un cicaleccio “green” (basterebbe dire verde per renderlo meno fastidioso) che serve comunque a prendere atto, tutti quanti, che siamo alla resa dei conti. Siamo Shakespeare e siamo quelli che buttano a fiume le gomme delle macchine, questo siamo.