I canali sociali
di Michele SerraLeggendo il semplice e forte racconto di viaggio di Erri De Luca in Ucraina, mi ha colpito scoprire che non scrive "social network", ma canali sociali, che è la precisa traduzione italiana di quel termine (i francesi, del resto li chiamano réseaux sociaux). Nel caso che De Luca sia il solo italiano a usare la definizione italiana, da oggi saremo in due: non è mai troppo tardi per imparare qualcosa. Non è per purismo linguistico che ho deciso di farlo, ogni lingua è materia spuria e cambia se stessa ad ogni curva della storia e ad ogni rigo percorso. Uso senza difficoltà espressioni inglesi e francesi quando mi sembrano insostituibili. Ma in questo e altri casi è come se usare l'italiano, a parità di significato con l'inglese, restituisse nitidezza e normalità all'oggetto. I social network sono effettivamente canali di comunicazione, un mezzo e non un soggetto collettivo così come spesso appare nel linguaggio corrente, "dicono i social", "i social sono insorti", "Tizio non ha convinto i social", "i social incoronano Caio". L'inglese è spesso usato, non si sa quanto coscientemente, come se conferisse al discorso, o all'azione, un prestigio speciale, elevando ciò che è ordinario. Vedi l'inglese pretenzioso e "magico" del linguaggio aziendalista ("sono in call conference" appare più professionale che dire "sono al telefono"). Se i giornali, per i quali "i social" sembrano essere diventati di gran lunga la prima fonte di notizie - un tipico caso di suicidio - li chiamassero canali sociali, strumenti e non soggetti, magari potrebbero valutare con più misura e serenità tanto il ruolo "dei social" quanto quello del giornalismo.