L'arte dell'incontro
di Michele SerraAlmeno sulla carta, l'estremista dovrebbe essere Fratoianni, leader della piccola sinistra radicale, e il moderato dovrebbe essere Calenda, la figura più accreditata tra le tante che affollano l'area liberal-democratica. Non è così: basta leggere dichiarazioni e interviste per rendersi conto che l'atteggiamento "radicale e intransigente" che, secondo la Treccani, contraddistingue l'estremista, è riscontrabile nella postura politica del centrista Calenda assai più che in quella di Fratoianni.
È una novità. L'estremismo tradizionale, il virus che ha indebolito per almeno un secolo i movimenti progressisti, costantemente minati da puri e duri incapaci di fare i conti con la realtà, è ormai una pratica logora, inattuale, relegata a poche conventicole di nostalgici ininfluenti, o di fanatici di esclusivo interesse della Digos. Con il tramonto delle ideologie e il trionfo dell'ego, l'estremismo non ha più matrice ideologica, ma caratteriale. "Si fa come dico io, oppure non se ne fa nulla" non è più il ricatto che il rivoluzionario pone al riformista. È la regola del gioco che gli ego ipertrofici cercano di imporre agli altri giocatori.
Già Renzi, dissipatore di un enorme credito politico ed elettorale, può recriminare solamente sulla propria incapacità di entrare in relazione con l'ambiente (complesso: milioni di persone) che gli aveva dato fiducia. Ora un secondo centrista di successo, Calenda, si distingue per la durezza dei giudizi e le patenti di indegnità che distribuisce a chi non gli garba, come se fossero tempi, questi, da puzza sotto il naso.
La vita è l'arte dell'incontro, disse il poeta. Possibile che la politica sia così inferiore all'arte?