Dice Renzi che il Pd gli aveva offerto il cosiddetto “diritto di tribuna”, una specie di candidatura assistita per leader orfani di un proprio elettorato. Risponde il Pd che questa offerta non c’è mai stata. Va bene che la politica è il regno delle mezze verità e delle bugie tutte intere, ma insomma, in assenza di verità su molte pagine importanti della nostra storia, sarebbe consolante riuscire a mettere bene a fuoco almeno qualche capitoletto minore, o qualche dettaglio pittoresco, come questo. Perché è evidente che uno dei due, Renzi oppure il Pd, mente, e lo fa con il preciso scopo di screditare l’altro.
Se Renzi dice il vero, rivela che il Pd era disposto a imbarcare anche lui pur di raggranellare i pochi voti rimastigli; e lui, rifiutando la ciambella di salvataggio, ha fatto la figura, decisamente dignitosa, di chi preferisce affondare sulla sua barchetta, fieramente fedele alla sua rotta, e incurante che sia sbagliata, piuttosto che accettare la mano tesa del suo ex partito, che voleva soccorrerlo non certo per cavalleria, ma solo per incamerare anche i suoi voti.
Se invece ha ragione il Pd, significa che Renzi recita una parte eroica totalmente millantata, cercando di far passare il Pd per finto soccorritore, sleale e interessato, che salva i naufraghi solo per scucirgli dalle tasche il gruzzolo elettorale. C’è qualcuno, nel Pd o nel partito di Renzi, disposto a chiarire l’episodio, anche se per declassarlo a puro malinteso, o a sfortunato equivoco? No, non credo ci sia qualcuno. La risposta, come sempre, vola nel vento, insieme a tante altre cartacce. Domani ce ne saremo già dimenticati.