La filiera dell'indignazione
di Michele SerraBisognerebbe potere far qualcosa per le ragazze iraniane, anche se non si sa bene cosa – al di là della solidarietà, al di là di parole come quelle che sto scrivendo qui. Voglio dire: qualcosa di strutturale, di politico, di permanente, che trasformi un sentimento volatile come l’indignazione in un impegno stabile, duraturo e concreto.
Mi rendo conto che questo concetto (trasformare l’emozione del momento in qualcosa di solido, e di razionale) corrisponde alla politica. E mi rendo conto che non solamente nel caso delle ragazze iraniane e dei loro detestabili aguzzini, ma in tante altre occasioni, siamo stati alle prese con la cognizione, desolante, di vivere di emozioni brevi, non più di pensieri lunghi in grado di sedimentare e di resistere al più micidiale dei nemici, che è l’oblio.
Tra un mese o due, a meno che in Iran non accada per davvero, dopo quarant’anni di teocrazia, la rivoluzione, non sapremo più neanche il nome delle giovani martiri ammazzate dal regime che odia i capelli e odia le donne che dei capelli fanno il loro stendardo. Tutto si consuma nel breve, come se la cronaca avesse spodestato per sempre la storia. Avremo altre ragioni di indignazione, domani e dopodomani, ma nessuna filiera alle quali collegarle, e questo genera, alla fine, frustrazione e solitudine. La politica è un brevetto scaduto e al tempo stesso un’invenzione da rifare, senza la politica non esiste pensiero collettivo e non esiste forza che sia in grado di fare la Storia, e dunque di non soccombere alla cronaca.