L'eros in mano agli avvocati
di Michele Serra I due protagonisti del “Romeo e Giulietta” di Zeffirelli, allora adolescenti, girarono una scena di nudo. Correva l’anno 1968. Sono passati, dunque, 54 anni. Tanti ce ne sono voluti – una vita intera - perché i due, ormai sulla settantina, stabilissero che quella scena fu, per loro, un trauma gravissimo. Valutato dai loro avvocati in centinaia di milioni di euro.
Escluso che, per rivestirsi, ci abbiano messo più di mezzo secolo, la domanda è come sia possibile uno strascico così lungo per un’esperienza così remota e, se posso permettermi, non così stravolgente. Conosco l’obiezione: la valutazione personale è insindacabile, ciò che per Tizio è una scampagnata per Caio, magari, è una violazione grave della propria sfera privata. Ma dovrà pure esserci, santo cielo, qualcosa che assomigli a un limite sotto il quale no, non è consentito recriminare a oltranza, piantare le grane più stravaganti e, immancabilmente, lanciare all’assalto un plotone di avvocati. Altrimenti vale tutto: anche la Venere di Milo può presentare, magari attraverso i suoi eredi, un esposto postumo lamentando di essere stata costretta a posare nuda.
Questi episodi si moltiplicano. Verrebbe da liquidarli come ridicoli, oppure ingegnosi pretesti per battere cassa. Non fosse che rivelano, anche, una ipersensibilità in materia di eros che non lascia immaginare niente di buono per il futuro del medesimo. La nudità non è una malattia, non è un affronto: come è possibile che due anziani signori, si suppone di buona cultura, siano ancora offesi perché, per esigenze cinematografiche, nonché per contratto, hanno dovuto levarsi gli slip negli anni in cui Mary Quant tagliava le gonne e l’intero Occidente cominciava a svestirsi?