La servitù si paga
di Michele SerraUna pubblicità di cibo a domicilio annuncia: consegna gratis. Se l’economia di mercato avesse non dico un’etica, ma almeno una logica, perché mai farsi portare la pappa pronta fino a casa dovrebbe costare zero? Chi paga il runner, la benzina del suo motorino, il sudore della sua pedalata, insomma il servizio? E non sarà che il runner ha un salario di merda (francesismo) e zero diritti proprio perché qualcuno, per farsi largo a gomitate in un settore molto affollato, promette “consegna gratuita”? Qualcosa non quadra. In termini logici, forse perfino in termini etici, se non ho voglia di alzare le chiappe (latinismo) per scendere in strada e andare in pizzeria, o per cucinare qualcosa in casa mia, come da generazioni usano fare gli italiani di ogni ceto sociale, esclusi pochi eletti con servitù, devo essere disposto a pagare qualcosa in più. Non in meno: in più. La fatica che mi rifiuto di fare - uscire di casa, cuocermi qualcosa – ricade sulle spalle di altri, che faticheranno al posto mio. Nulla si crea e nulla si distrugge. Ce l’ho solo in parte con capi e capetti del cibo a domicilio. Ce l’ho soprattutto con l’ignavia del consumatore finale, che non si fa mezza domanda su cosa significhi, in termini di qualità, di socialità e di cultura, questa rinuncia a provvedere alla propria alimentazione per farsi imboccare come eterni bambini. Può capitare, qualche sera, di essere impediti, o sfiniti. E di dover ricorrere al cibo a domicilio. Ma è un comfort che si paga. Per dirla cinicamente: la servitù si paga, lo sapevano perfino gli imparruccati dell’ancien régime, possibile che non lo capiscano i signorini e le signorine che non sono neanche capaci di farsi due uova al tegamino?