La vergogna rituale
di Michele SerraAi funerali di Gina Lollobrigida alcuni degli astanti hanno gridato "vergogna!" all'ex marito, in conseguenza delle sordide liti ereditarie che una volta restavano nel chiuso delle famiglie e ora fanno parte dello show. Non so da quali epoche remote io tragga questa convinzione, ma rimpiango i funerali muti e silenziosi nei quali la morte (di chiunque) era riconosciuta dai vivi come una presenza superiore e incommentabile. Non condivido, durante i funerali, neppure gli applausi. Gli schiamazzi ostili, ovviamente, sono molto peggio, ma in fin dei conti scaturiscono dalla stessa rinuncia al riserbo, al passo indietro, a quel sentimento salvifico che è sentirsi sovrastati da qualcosa di più grande. È crollata una diga, ed è la diga dell'autocontrollo. La morte è, per eccellenza, l'evento che dovrebbe sospendere il rumore sociale, almeno per il breve tempo necessario ad accompagnare la salma. Se poi è la parola "vergogna!" a violare la tregua, lo sconforto aumenta: è la parola più abusata sui social, la più scontata tra le grida e le invettive, una specie di didascalia fissa della nostra epoca. La si sente gridare anche davanti ai tribunali (altro luogo che dovrebbe suggerire, da parte dello spettabile pubblico, il silenzio più assoluto, come a teatro), la si digita a raffica in calce a qualunque lite online. Se almeno si volesse mettere un po' d'ordine nella materia, andrebbero organizzati cori di vergognanti, come una volta le baccanti nei riti dionisiaci o le prefiche per salutare i defunti. Che almeno gridino "vergogna!" - visto che ormai è rituale - tutti assieme, ordinatamente.