Un evento naturale
di Michele SerraChe vincesse Elly Schlein era nelle cose. Quasi un evento “naturale”. Il bisogno di metamorfosi della sinistra italiana le dava già in partenza un enorme vantaggio, perché donna, perché giovane, perché inedita al di fuori di Bologna e della sua cerchia, molto vispa, di collaboratori. E forse lo stesso Bonaccini, protagonista di una campagna elettorale generosa e tenace, già sapeva in cuor suo che era impossibile farcela.
Dell’esistenza in vita del Pd (inteso come area politica, insomma come esseri viventi, non come organigramma) era possibile accorgersi anche in questi mesi complicati, bastava frequentare un po’ di più i bar, le scuole, gli uffici e gli amici (avendone) e leggere un poco meno i commentatori politici di quasi tutti i giornali per sapere che la materia prima - gli elettori di sinistra - è ancora disponibile in quantità ragguardevole, in tutte le fasce di età e in tutte le classi sociali. Bisognava solo battere un colpo.
Il commento più istruttivo, per capire quanto l’avvento di Schlein possa essere spiazzante, e ingombrante per molti, è il tweet di Carlo Calenda, che esulta perché adesso “il Pd è su posizioni populiste/radicali” e dunque il Terzo Polo rimane concessionario unico di “riformisti, liberaldemocratici e popolari”. Calenda sa benissimo che la sola maniera per essere riformisti, in un Paese colloso e conservatore come l’Italia, è essere radicali, e dunque l’avvento di qualcuno molto più radicale di lui, con un partito molto più grosso del suo, non è una buona notizia. Per questo, con il classico wishful thinking, mette il Pd, d’ufficio, nello stesso sacco dei cinquestelle. Je piacerebbe, dicono a Roma.