Quelle figlie guardiane dallo sguardo un po' miope
Francesco MerloSi dice che alle figlie femmine arrivino l’intelligenza e il carattere del padre e che persino fisicamente le femmine somiglino al papà e i maschi alla mamma. Non credo che si tratti di pregiudizi di genere. Sicuramente ai padri fa piacere vedere nella propria figlia se stesso addolcito e ingentilito dalla grazia. E capita spesso in Italia che le figlie femmine, specie se hanno un padre di qualità smodate, ne diventino le custodi in vita e, dopo la morte, anche le guardiane della memoria. Lo dico pensando non solo a Stefania Craxi che, come si è visto in questi giorni, difende il padre come qualsiasi padre sogna di essere difeso dalla figlia, ma anche a Marina Berlusconi, che da tempo porta sulle spalle papà Silvio come Enea portò Anchise. E ancora penso alla primogenita di Alcide De Gasperi, la signora Maria Romana, “Mana”, che gli fece da segretaria, lo accompagnava e assisteva sempre («Io mi occupavo di lui, e lui di me») e, ancora adesso, presidente a 96 anni della Fondazione De Gasperi, custodisce il suo pensiero, indirizza gli studi su di lui e sulla sua storia, corregge, premia, rettifica.
E c’è poco da dire dinanzi alla speciale dedizione filiale di Laura Sciascia che cura e protegge non solo l’eredità patrimoniale, che è un suo diritto, ma anche quella culturale e morale del padre Leonardo. Più alto, di collo e di sguardo, fu l’amore di Jeanne Modigliani, orfana di padre e madre sucidi. Alla sua tenacia di figlia si deve il riconoscimento dell’immenso valore della pittura di Modì. Si tratta di donne diverse e a volte lontane tra loro, nello spazio e nel tempo, come per esempio Giuseppina Crispi e Elena Croce. La figlia di Francesco Crispi, che era morto quasi povero e pazzo, per difenderne le carte, e dunque la reputazione già parzialmente compromessa, fece e perse una lunga e costosa causa civile ai tre senatori che avrebbero dovuto in parte bruciare e in parte custodire quei documenti. Dalla miseria in cui la battaglia giudiziaria la fece precipitare fu poi salvata da Mussolini che nel 1936 le assegnò un vitalizio (morirà nel 1949). Anche la primogenita di Benedetto Croce lavorò per proteggere la chiave di lettura “giusta” orientando gli studi su cotanto padre e riuscendo persino a limitare l’uso di quel «don Benedetto» bocciato come «un’affettazione ed anche un’indebita confidenza».
Tutto bello, dunque? No, la medaglia ha una faccia sporca: la custodia di queste italianissime figlie femmine, spesso arcigna e severa come un tribunale speciale, è quasi sempre anche l’imprigionamento del padre, soprattutto quando le sue grandi qualità lo hanno reso protagonista del suo tempo. Bacchettando ora questo ora quello, e facendo al padre un torto d’amore, le occhiute e cocciute figlie-guardiane rischiano infatti di impedire o solo di rallentare la verità storica su uomini che appartengono all’Italia e non a loro. Anche perché guardandoli troppo da vicino le figlie vedono male i padri per i quali stravedono.