La paura tutta italiana della seconda "ondata"
La paura ha preso il nome di “seconda ondata”, covid numero due, virus gemello di ricambio, fine del mondo bis, con gli stessi scienziati giocherelloni, quelli che «la seconda ondata arriverà in autunno» (Walter Ricciardi), «no, verrà a dicembre» (Francesco Le Foche), «potrebbe non esserci» (Ilaria Capua), «certamente ci sarà» (Maria Rita Gismondo). Con loro anche i filosofi della reclusione sono pronti a replicare la ri-generazione dell’Umanità, confortati dagli economisti dell’Apocalisse come risorsa, e ovviamente dagli storici della fine del mondo visto che la storia del mondo è piena di fini del mondo.
E dunque, sperando intanto di stordire il virus di afa e di sudore, disperando passeremo l’estate gravida della “seconda ondata”. E va detto che nella parola “ondata” c’è già l’esagerazione del carattere italiano. Potevamo noi accontentarci di “onda” che basta invece agli inglesi, ai francesi e ai tedeschi, wave, vague, welle? Solo noi abbiamo un sostantivo derivato, “ondata” appunto, per indicare – spiega la Crusca – «il colpo di mare prodotto dall’onda». Per metafora l’ondata è di scioperi, di panico, di violenza… c’è persino “l’ondata di calma” di Montale. E sono già cominciate in Italia le ondate di caldo che ritarderanno la seconda ondata di infezione che forse sarà il remake o forse il sequel della particella del demonio. Arriverà, con l’ondata di freddo, la seconda ondata di terapie intensive? Oppure il virus è ormai addomesticato e spelacchiato e sarà patetico quando si esibirà nello stesso habitat che lo ha visto trionfare per forza e per imprevedibilità?
Anche per scoprire che siamo già noi il mondo dopo la fine del mondo, dobbiamo comunque aspettare che passi almeno l’estate e che il covid entri nell’elenco delle malattie superate e diventi cicatrice. Umberto Eco confessò di provare nostalgia per «gli orribili anni Quaranta», quando si tremava «di freddo e di paura». Ricordo con tenerezza – scrisse – «le notti passate nel rifugio antiaereo: in pigiama e cappotto in un sotterraneo umido di cemento armato, illuminato da lampadine fioche …».
L’ondata di povertà che ci attende, licenziamenti, disoccupazione, fallimenti, potrebbe, in assenza – speriamo – di seconda ondata infettiva, produrre perfino quell’ondata di nostalgia nevrotica di cui parla Eco: il rifiuto della realtà. L’ungherese Imre Kertész (Nobel nel 2002) raccontò nel suo bellissimo Essere senza destino la nostalgia per il campo di concentramento dove era stato internato all’età di 15 anni. Secondo Kertész la società ungherese nella quale viveva non era degna dei morti nel lager. Quel che, di sicuro, non rimpiangeremo, neppure per nevrosi, sarà la scienza oscurantista, smarrita tra grafici e numeri, gli scienziati che non si fidando delle Regioni che non si fidano del Governo che non si fida dei Sindaci e la schiuma crudele dei Dpcm di Conte, i suoi discorsi agli italiani, terribili ondate di vanità notturna a reti unificate.