Palermo 1970, il concerto che fece la rivoluzione
Francesco MerloLeggo Quando Palermo sognò di essere Woodstock di Sergio Buonadonna e penso, in quest’estate senza concerti, che i raduni pop, prima di diventare stanchi e rituali ricoveri per reduci, hanno cambiato il mondo più delle bandiere rosse. Ma questo, che fa ballare il lettore, è pure un libro (Navarra editore) di gioia politica che racconta il 1970 a Palermo come il ponte sulla 59esima strada: to look for America.
Non pensate però che si tratti di un’avventura fuori mano, e non solo perché tante star, tutte insieme, non si sono più viste. Il punto è che “Palermo 1970” è un cronotopo storiografico, unione indissolubile di tempo e di spazio, una faglia oltre la quale cambia la verità dell’Italia e comincia un’altra avventura. Insomma è solo un pretesto sentimentale il “come eravamo” di una città: dallo slang di Joe Napoli “If I fong italian, I’m camiunist, se fossi italiano, sarei comunista”, all’autobiografia di Filippo Panseca, e poi i soldi che diventano “i tubietti” e l’amore sui prati… Sergio Buonadonna, grande giornalista de L’Ora, l’unico giornale morto che è comunità viva, va a passeggio nel 1970 e rivede il rapimento di De Mauro, l’elezione di Ciancimino ma anche la sua prima condanna… E nella strana estate, che aveva il passo leggero della primavera, incontra Duke Ellington e Aretha Franklin che, in crisi di spaesamento all’hotel “La torre” di Mondello, a mezzanotte piange perché non sa dov’è.
Il nostro flâneur scopre la bellezza riguardando uno a uno gli ottantamila marziani che allo stadio “La Favorita” coltivarono l’illusione che si potesse fare paura al mondo con la musica. Oggi i concerti sono angoli di tempo nei quali permettiamo a sopravvissuti sfibrati e canuti — Bob Dylan, Mick Jagger, Paul Mccartney, Vasco Rossi… — di imitare se stessi per custodire non la loro ma la nostra memoria, il suono di un altro modo di stare al mondo, quando la cannabis non era stampata sulla maglietta. Davvero nel 1970 quel jazz e quel rock furono il contravveleno sia alla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 a Milano, sia alla strage del 10 dicembre a Palermo in viale Lazio, che qui è raccontata da Alberto Stabile. Affidato a Ciccio La Licata c’è il ricordo dei ragazzi di sinistra, l’assalto allo Zen, in una città occupata dagli spacciatori che avvelenavano le famiglie: trecento miliardi di eroina volavano dalla Sicilia agli Stati Uniti.
Certamente c’era anche a Palermo l’idea dell’apocalisse marxista, la lotta di classe come lotta armata che presto avrebbe portato alla porcheria omicida dei colpi alla nuca al commissario Calabresi. Ma in quei 4 giorni Palermo scoprì che il mondo in rivolta non cantava Bandiera rossa. Il ritmo lo davano il leggendario clarinetto di Albert Nicholas e il violino del “mostro sacro” Stéphane Grappelli. E Arthur Brown, eseguendo la sua Fire — “Io sono il dio degli inferi e vi porto il fuoco” — fu arrestato (da Boris Giuliano) non perché voleva uccidere Moro, ma perché cantava nudo.