La carezza
Una recensione senza malizia su opere e personaggi, eventi e oggetti (anche tecnologici) della nostra cultura. Ogni lunedì il podcast di Francesco Merlo su Repubblica

La pandemia e l’effetto pastasciutta per tutti

Nel rapporto tra il cibo e la storia, lo spaghetto, come racconta benissimo il Totò di Miseria e nobiltà, è stato il dio degli affamati, geniale e giocoso come solo i meridionali affamati sono stati. È dunque ovvio che si mangi più pasta nel mondo infettato dal covid e perciò di nuovo affamato di vita, di poesia, di metafisica. E magari non è vero che la pasta più di qualsiasi altra cosa esprime l’identità italiana e dunque, come scriveva Prezzolini, «addentare gli spaghetti è meglio che leggere Dante». Di sicuro però c’è un legame tra la tavola italiana, la scienza teologica e la cultura umanistica.

E infatti in guerra sono “beni rifugio” i libri e l’amore, la fantasia e la famiglia, ma anche l’olio, i cereali, la frutta e il vino. E allora si capisce bene che i produttori di maccheroni, spaghetti e mezze maniche siano tra i pochi fortunati che hanno tratto forti guadagni (25% per cento in più), e ancora più forti ne trarranno, da questa lunga guerra contro il virus, che è la prima guerra veramente mondiale perché non esclude nessun paese e non ammette più la scelta neutrale che fecero Spagna, Portogallo e Svizzera. È infatti il nemico a essere mondiale, è il virus che rende l’intero mondo un’unica popolazione attaccata, inerme e affamata di… pasta. Nei mesi più duri dell’epidemia le aziende italiane, che sono 112 e danno lavoro a 10.300 dipendenti, hanno aumentato le vendite soprattutto in Germania, Cina, Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti e Canada con una crescita del consumo italiano interno, durante il lockdown, addirittura del 30 per cento.

È vero che è aumentato anche il consumo di pane e che Manzoni raccontò la fame e la rabbia italiane con l’assalto ai forni e non ai pastifici, ma è la pasta, prima del pane, a identificarci e non solo nel bene: “maccheroni” siamo per americani, inglesi, francesi e tedeschi, “maccheroni” erano i napoletani per Cavour. La pasta infatti è anche un modo di inchiodarci: non il sano e buono commestibile di un popolo cerealicolo e il suo felice prodotto industriale, ma lo stereotipo che rende l’Italia grassa e le ottunde i sensi, la forza che fa deboli, il vituperio di un’indolenza obesa e sibarita. E infatti contro gli spaghetti lanciò la sua crociata futurista Marinetti e sulla pasta si esercita l’auto ironia di molti dei nostri scrittori. Moravia sosteneva che le commedie di Eduardo sono perfette, ma solo nei primi due atti «perché al terzo De Filippo mette in scena la zuppiera di pastasciutta e risolve tutti i conflitti».

Anche nel cinema italiano trionfa l’abboffata gastro-erotica di pasta. Sempre l’italiano — notava Beniamino Placido — si è abboffato di pasta e «di fascismo, democrazia cristiana, comunismo, terrorismo», e poi di vaffa, rottamazione, Salvini … Quando si abboffa, si sente pieno e contento. «Poi però la digestione è difficile, piena di rancori e di angosce». Ecco, contro il covid, in attesa del vaccino, siamo ancora alla zuppiera fumante di pastasciutta.

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  • Copiato negli appunti https://puntoitalia.online/rubriche/la-carezza/2020/10/19/audio/la_pandemia_e_leffetto_pastasciutta_per_tutti-422988176/

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