Elogiare i classici russi, ma anche rileggere Conrad
di Francesco MerloElogiare i russi, rileggerli, o fingere di averli letti sta diventando una moda, una postura di guerra o, meglio, un segno di distinzione, in senso letterale, tra il gran popolo russo e il piccolo macellaio Putin. E sono almeno d’obbligo il pacifismo di Tolstoj, il tormento di Solženicyn e ovviamente Anna Achmàtova con l’occhio intenerito per la giornata di passione con il grande liberale inglese Isaiah Berlin (Innamorarsi a Leningrado, Donzelli), che parlava anche il russo perché era nato a Riga, provincia dell’impero zarista. Nell’Italia che annusa la guerra fa chic Dostoevskij, che nel penitenziario di Omsk in Siberia per 4 anni mangiò solo minestra di cavoli, magra ma ricca di scarafaggi. Fu Aldo Buzzi a contare gli scarafaggi nei classici. “Si sentiva un mormorio e un rumoroso fruscio quasi che gli scarafaggi avessero una gran fretta e stessero consultandosi” scriveva Cechov che chiamava così la sua Olga: “Tesoro mio, scarafaggetto”. E però, alla ricerca di un esercizio uguale e contrario può fare bene rileggere Conrad, il più grande dei russofobi. “Il destino della Russia non mi interessa affatto”, scrive del 1917. L’odio per la Russia, che si ritrova a coriandoli nell’Epistolario, saggiamente pubblicato da Giometti&Antonello, era ereditario perché padre e madre furono perseguitati dai russi sino alla morte lasciandolo orfano a 12 anni. Conrad si chiamava Korzeniowski (“ho cambiato il cognome perché non sopporto che lo pronunzino male”) ed era nato nel 1857 a Berdy?iv in Ucraina, che però era Polonia, a sua volta provincia dell’impero russo che il mondo chiamava “prigione dei popoli”. Berdy?iv è la stessa città dove cinquant’anni dopo sarebbe nato Grossman, la cui biografia è più affascinante dei capolavori che scrisse. E torno all’odio di Conrad che era così intenso da fargli amare tutti i Paesi in guerra con la Russia e a rendergli insopportabili i suoi grandi scrittori, con l’eccezione di Turgeniev: “La Russie c’est le néant disse il Principe Bismark nel 1864, e subito procedé a dimostrarlo con 20 anni di politica quanto mai sprezzante. C’est le néant. Chiunque abbia occhi può vederlo”. Ebbene, proprio negando l’evidenza di quest’odio, Conrad ci regala una sorpresa sull’Italia: “Lascia che ti dica, caro mio, che non sai quale sia l’accento dell’odio. È possibile che tu non abbia visto che in questo libro non mi interessano che le idee e nient’altro, e non c’è alcun arrière pensée? O sei, come gli italiani (e la maggior parte delle donne), incapace di credere che qualcuno possa parlare con assoluto distacco, senza alcun sottile fine segreto, per il gusto della cosa in sé, senza alcun desiderio di gratificare qualche piccolo odio – o vanità – personale?”. Non so dei russi, ma degli italiani ossessionati dalla verità che c’è dietro ogni verità Conrad aveva capito tutto e già nel 1907, prima che lo scrivesse Pirandello. L’idea, infine, che gli italiani siano “come la maggior parte delle donne” è difficile da dimostrare, ma è bellissima.