Con Vannacci un arditismo da macchietta
di Francesco MerloPer capire perché Vannacci ci fa ridere e perché in Vannacci non c’è niente da ridere, è utile rileggere Le rose del ventennio che Giancarlo Fusco scrisse nel 1958, e che Sellerio ha appena ripubblicato. Sono otto brevi racconti che, senza accanimento antifascista, ma semmai con la pietas della inimitabile prosa da incantatore di Fusco, che fu la grande firma del Mondo, del Giorno e dell’Europeo, illustrano il grottesco che avvolse il fascismo sin dal 1921, prima della marcia su Roma, quando le donne più ribalde indossavano come orecchini «due denti sputati da una manganellata». Il fascismo, come spiegarono per primi il liberale Borgese e il comunista Gramsci, non fu solo tragedia e ferocia, ma fu anche commedia.
E nell’ultima “stanza” di questo reportage c’è quest…
Per capire perché Vannacci ci fa ridere e perché in Vannacci non c’è niente da ridere, è utile rileggere Le rose del ventennio che Giancarlo Fusco scrisse nel 1958, e che Sellerio ha appena ripubblicato. Sono otto brevi racconti che, senza accanimento antifascista, ma semmai con la pietas della inimitabile prosa da incantatore di Fusco, che fu la grande firma del Mondo, del Giorno e dell’Europeo, illustrano il grottesco che avvolse il fascismo sin dal 1921, prima della marcia su Roma, quando le donne più ribalde indossavano come orecchini «due denti sputati da una manganellata». Il fascismo, come spiegarono per primi il liberale Borgese e il comunista Gramsci, non fu solo tragedia e ferocia, ma fu anche commedia.
E nell’ultima “stanza” di questo reportage c’è questa eternità italiana nel destino del tenente Ferro Maria Ferri che, probabilmente nel 1953, Fusco rivede fortuitamente su un tram affollato di Milano. L’eroico Ferro Maria Ferri era stato un «superardito» che nel 1940, «preferendo la guerra alle scartoffie» aveva formato un gruppo di volontari «scelti personalmente uno per uno guardandoli negli occhi» perché «votati alla morte», e infatti tutti li chiamavano «i votati». Ferro Maria Ferri nel fango della prima linea in Albania, esibiva, protetta da un guanto nero, la mano offesa a Guadalajara che gli procurava atroci dolori, leniti senza cure mediche: «Alcuni bicchieri di cognac, gettati giù come acqua fresca, bastavano a soffocare lo spasimo». A tutto, dunque, rinunciava, «sulla Topolino mimetica che gli era stata assegnata», tranne al cognac lenitivo che mandava giù intonando canti guerrieri. Ebbene, tredici anni dopo, vedendolo «scendere dal predellino del tram come un paracadutista che si getti risolutamente nel vuoto», «notai – racconta Fusco - che sulla sua mano sinistra il guanto nero non c’era più».
Ecco, oggi con Vannacci che schiera i Balilla, gli Arditi e i Guerrieri non torna il fascismo ma solo questo ridicolo che «come una foschia avvolge il fascismo - scrive Alessandro Robecchi nella bella prefazione a Fusco - la sua retorica, la sua gigiona essenza, persino i suoi crimini maneschi. Ridicolo insomma, intrinsecamente».
Non credo che Vannacci sia pericoloso né che possa diventare qualcosa di più della macchietta fascista che chiama – sembra una gag alla Tognazzi – la sua Fondazione (nientemeno) culturale “Decima mas”. Certo, prima che la destra andasse al governo questi figuri alla Vannacci sembrava che non esistessero più nella realtà. È come se Giorgia Meloni li avesse stanati dagli scantinati del teatro dell’opera. Il loro nuovo partito dell’1, forse 2 per cento, che irride gli omosessuali, combatte l’aborto e gli immigrati, esalta le divise, le armi e, come novità, è filorusso, è un catalogo di maschere italiane che, imbarazzanti e cringe, come sbrindellati fantasmi sono tornate tra noi, diciamola alla Fusco, «dondolando i fianchi e roteando gli occhi».