La carezza

L’eterno ritorno della tortura

L’eterno ritorno della tortura
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Viviamo nel secolo della tortura, dei corpi vilipesi e abusati nelle guerre, che sono 32, anche se sotto gli occhi abbiamo avuto solo la ferocia dei russi in Ucraina, le sevizie del 7 ottobre e il mattatoio di Gaza. La pulsione di far male al prossimo ha avvelenato le strade e le città, non solo Modena, il supplizio è il codice delle prigioni, la tortura domina la cronaca nera. È vero che è antichissima, ma solo adesso, non più nascosta e protetta dalla vergogna e dal fango dei secoli, è esibita con spavalderia. E davvero ne è un riassunto antropologico la faccia insignificante e sghignazzante di Ben-Gvir, con quel grottesco orgoglio di sé che lo ha spinto a postare sui social il video dell’oltraggio, al suo stesso popolo innanzitutto.

La tortura, scappata dall’ombra dei gulag siberiani di Solženicyn e dei “campi di betulle” nazisti, è ostentata e compiaciuta nei quattro ragazzi di Taranto, fieri di avere accerchiato. preso a pugni e accoltellato il bracciante Bakari Sako solo perché era nero. Le baby gang non scippano più le signore, ma umiliano i disabili, bruciano i senzatetto, pestano a sangue i poveracci e si filmano soddisfatti. Sicuramente un ruolo di “promozione” lo hanno avuto i sempre più normali “video-shock”. All’inizio del millennio ci parvero “disumani” i filmati dei fanatici dell’Iraq e del Pakistan che Al Jazeera mandava in onda rilanciando la decapitazione, anche nella forma “abbreviata” dello sgozzamento. Ma sono torture anche le dieci coltellate, le cento martellate e i mille tormenti che hanno accompagnato tanti femminicidi. Modello universale rimane il corpo di Cristo, che rivive in tutti i corpi oltraggiati: “avanti Cristo”, come Patroclo che Ettore offrì agli avvoltoi, e “dopo Cristo” come i corpi di Giulio Regeni e di Navalny che sono entrati nella storia contemporanea. E però i demoni non sono stati promossi solo nei Paesi poco sensibili al diritto, come l’Iran, dove la tortura è legge, ma anche in quelli che del diritto si proclamano antesignani e custodi e hanno inventato l’enclave dello sconfinato arbitrio di Guantamano, l’isola della tortura.

Sotto processo all’Aja c’è il torturatore libico Al Buti che con lo sguardo fisso mormora preghiere. È inutile cercare un senso nei video dei lager libici, quelli che spaventarono papa Francesco. Mostrano il martirio dei migranti con le immagini e i suoni dell’orrore, il crac dei calci sulle ossa, i botti dei bastoni sul petto e sul viso, il lavoro lento della lama che squarcia, del machete che decapita a brandelli, e il ghigno del torturatore che prima acciuffa per i capelli la testa senza corpo e poi scalcia il corpo senza testa. Perché lo fanno? Colpisce nei primi piani dei torturatori la perdita di quella coscienza che sola permette di provare orrore di sé. Ma sarebbe troppo facile dire che nella tortura esibita non c’è più l’uomo, ma qualcosa d’altro al suo posto. Sono uomini purtroppo, e non si nascondono più.

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