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Da “poveri ma belli” a “poveri ma brutti”: il declino dello stile italiano

Gina Lollobrigida 

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Eravamo il Paese di Gina Lollobrigida e Claudia Cardinale, ora ci siamo imbarbariti
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Una volta eravamo “poveri ma belli”. Oggi, con la crescita del pil allo 0,6 - ultimi d’Europa -, siamo “poveri ma brutti”. Nell’epoca del sovranismo e della nazione, abbiamo deturpato pure la Ferrari, che era la santità dei bolidi. Le forme, l’estetica e il fascino italiani sono in piena decadenza e il rifugio nel passato è un tic nervoso collettivo.

La nostalgia della bellezza di Sofia, Gina, Virna, Anna e Claudia affligge il nostro povero cinema, che è ridotto come quei vecchi che rimasticano la vita celebrando le proprie stanchezze. Tanto più che il fallimento del “cercasi diva disperatamente” non può essere imputato a nessuna ideologica distrazione dei finanziamenti statali maneggiati da Giuli. E proprio quando il britannico Christopher Nolan, che sta girando l’Odissea, ha affidato il ruolo di Elena di Troia, che è il mito della bellezza che mette fuoco al mondo, a Lupita Nyong’o, africana, messicana, statunitense, e non certo per rispettare le quote woke, ma perché vuole dirci ch…

Una volta eravamo “poveri ma belli”. Oggi, con la crescita del pil allo 0,6 - ultimi d’Europa -, siamo “poveri ma brutti”. Nell’epoca del sovranismo e della nazione, abbiamo deturpato pure la Ferrari, che era la santità dei bolidi. Le forme, l’estetica e il fascino italiani sono in piena decadenza e il rifugio nel passato è un tic nervoso collettivo.

La nostalgia della bellezza di Sofia, Gina, Virna, Anna e Claudia affligge il nostro povero cinema, che è ridotto come quei vecchi che rimasticano la vita celebrando le proprie stanchezze. Tanto più che il fallimento del “cercasi diva disperatamente” non può essere imputato a nessuna ideologica distrazione dei finanziamenti statali maneggiati da Giuli. E proprio quando il britannico Christopher Nolan, che sta girando l’Odissea, ha affidato il ruolo di Elena di Troia, che è il mito della bellezza che mette fuoco al mondo, a Lupita Nyong’o, africana, messicana, statunitense, e non certo per rispettare le quote woke, ma perché vuole dirci che la Elena moderna, passando per Michelle Obama e Naomi Campbell, è la regina nera della nobiltà meticcia, che è il mondo di domani, la sua energia rigenerante, mentre in Italia le sorelle di Lupita sono da più di vent’anni relegate nei vialoni, demoni vaganti, satelliti della notte a cambiare la tavolozza cromatica dell’immaginario sessuale dei camionisti di passaggio, quelli che si sfogavano alla Zanzara di Cruciani e Parenzo.

L’estetica racconta il Paese meglio dell’Istat. Anche il rimpianto dello “stile Italia” dell’avvocato Agnelli è un vuoto antropologico che marca allo stesso tempo la crisi dell’imprenditoria e dell’estetica maschile. Lo stile vincente è quello dei ricchissimi bad boys del calcio, polpacci enormi, capelli spericolati, braccia e spalle vandalizzate dai tatuaggi, con la stessa creatività che imbratta i muri. Anche la ricorrente glorificazione del mito maschile di Marcello Mastroianni (a dicembre i trent’anni dalla morte) è un rifugio per “poveri ma brutti” tanto più perché siamo uno dei Paesi più vecchi del mondo, con un calo delle nascite che, nei primi mesi del 2026, ha già peggiorato il record negativo dei 355 mila nati del 2025.

Eccoci allo specchio: l’Italia si rifugia nel passato e nella mozzarella, il cibo come ultima risorsa. La sinistra, che si ispira a Carlin Petrini e alla sua terra madre, contadina e universale, si tocca (e si allontana) con la destra contadina dello Strapaese di Lollobrigida che, nell’acquerello del fascistissimo selvaggio Mino Maccari, succhiando il tubo di gomma trasferisce il vino “genuino” dalla botte al fiasco. Il Travaso si intitolava il giornale dell’umorismo: «Italiano torna alle zolle | non ti fidar delle mode di Francia | bada a mangiar pane e cipolle | e terrai a dovere la pancia». E intanto oggi chiude l’Ilva, se ne va l’Electrolux, tracolla l’industria dell’auto… E gli italiani diventano brutti, come la porchetta e il caciocavallo.

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