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Abbiamo un’emergenza: il Colosseo

(lapresse)

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Era coraggioso, certo, ma Andrea Moretti non è morto perché a 22 anni era coraggioso. La sua caduta a precipizio di notte al Colosseo non può essere addebitata al suo mestiere acrobatico, all’eccesso di fiducia in sé stesso, alla “tragica fatalità”, alla temerarietà.

Nel libro che abbiamo scritto insieme sulla sua vita (Tutto qui, Solferino) Renzo Piano spiega bene che «la sicurezza sul lavoro può e deve diventare una scienza». Applicata da tutti e con rigore, questa scienza esclude la tragica fatalità e tutela il coraggio: «Non esiste la fatalità in un cantiere. Gli operai sono come i marinai, fanno le cose pericolose perché sono coraggiosi, ma la responsabilità non è mai loro. Vanno protetti imponendo le regole». Così la sicurezza «è un codice di comportamento, il modo di stare insieme. In Giappone gli operai a volte arrivavano a diecimila e in tanti lavoravano a 20 o 30 metri d’altezza. Quand’ero in cantiere, di mattina, prima di cominciare, tutti aspettavano che io dicessi qualcos…

Era coraggioso, certo, ma Andrea Moretti non è morto perché a 22 anni era coraggioso. La sua caduta a precipizio di notte al Colosseo non può essere addebitata al suo mestiere acrobatico, all’eccesso di fiducia in sé stesso, alla “tragica fatalità”, alla temerarietà.

Nel libro che abbiamo scritto insieme sulla sua vita (Tutto qui, Solferino) Renzo Piano spiega bene che «la sicurezza sul lavoro può e deve diventare una scienza». Applicata da tutti e con rigore, questa scienza esclude la tragica fatalità e tutela il coraggio: «Non esiste la fatalità in un cantiere. Gli operai sono come i marinai, fanno le cose pericolose perché sono coraggiosi, ma la responsabilità non è mai loro. Vanno protetti imponendo le regole». Così la sicurezza «è un codice di comportamento, il modo di stare insieme. In Giappone gli operai a volte arrivavano a diecimila e in tanti lavoravano a 20 o 30 metri d’altezza. Quand’ero in cantiere, di mattina, prima di cominciare, tutti aspettavano che io dicessi qualcosa, che avviassi “la danza”, e io non facevo discorsi astrusi, ma dicevo loro che dovevano stare attenti, che la sicurezza è una scienza, ma che non farsi male è un dovere: “Adesso tocca a voi, non fatevi male”. E non abbiamo mai avuto incidenti».

Sul volo di dieci metri di Moretti è stato scritto molto e le indagini su questo omicidio colposo sono appena cominciate: vedremo quanta scienza della sicurezza è stata disattesa. L’operaio acrobatico, che è quello che scala gli edifici senza ponteggi, lavorava a un nuovo - l’ennesimo - impianto di luci, una scenografia di fasci luminosi dai colori cangianti, un’altra carnevalata modello Sanremo da realizzare in grande velocità perché incombeva l’evento attesissimo dell’inaugurazione, la giornata mondialissima del turismo, la serata specialissima della Rai con il solito Alberto Angela…: sono “eventi culturali” di storia antica, diceva il Belli, «pe’ schiaffasse in saccoccia li quadrini».

E per questo vorrei chiedere scusa a quei ceffi di romanacci con la scopa sulla testa, che per anni si ostinavano a offrire al turista per dieci euro una foto con una tunica rossa attorno al corpo, scudo e daga sguainata; chiedo scusa per i tantissimi articoli che ho scritto contro la gens della patacca abusiva da due soldi ormai espropriata dalla gens della lucrosa patacca di Stato fatta di luci colorate.

La morte di Moretti è la prova definitiva che in Italia c’è un’emergenza Colosseo. Ecco il paradosso: il Colosseo è un’emergenza perché va troppo bene, soffre di abbondanza, al punto che ogni anno sfonda il record dell’anno precedente, e ora siamo a 15 milioni di visitatori con un ricavo di 102 milioni di euro. Insomma, il monumento più visitato d’Italia è anche il più vulnerabile all’accanimento progettistico della demagogia e del kitsch, alla fretta che è nemica della sicurezza, a una furia di far soldi che, a differenza dell’accattonaggio urbano e della ristorazione ambulante, può persino uccidere di notte.

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