La prima cosa bella di giovedì 4 maggio 2023 è, un po’ a sorpresa, il senso di colpa. E che cosa c’è di bello? Leggere, per credere, un romanzo filosofico danese: L’uomo che voleva essere colpevole. In una società futuribile, che l’autore, Henrik Stangerup, immaginava nel 1973, un uomo uccide la moglie, ma viene subito rimesso in libertà, la sua colpa non viene riconosciuta perché la colpa è stata abolita. Non sa darsene pace.
Il bello arriva nella post-fazione del testo pubblicato da Iperborea e scritta da Anthony Burgess, quello di Arancia meccanica, per intenderci. Afferma che: “La colpa è un attributo dell’uomo quanto lo sono la fame o il desiderio sessuale e il peccato originale è una costruzione razionale pratica che consente di esprimerlo”. Rivela di vivere “in uno stato permanente di colpevolezza”, anche se immotivato per psicanalisti e polizia, ma “se lo perdesse, quello stato, smetterebbe di scrivere libri e articoli, e di comporre musica”. È un’emozione; una sensazione, atavica o illogica, ma che induce a comportamenti più miti. In altre parole una forma declinata di umanità. Li vedete davanti a voi, sugli schermi, tutti quelli che senso di colpa non hanno, per nulla, nei confronti di nessuno, neanche della Storia, neppure soli in bagno, o la mattina al risveglio. E sono meno umani, molto meno umani. Peraltro, si sbagliano.