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Spada, Stecca, Casamonica e quei pugni maledetti

Il pugilato non è sempre e solo nobile arte. L'episodio dell'arresto di uno dei migliori pugili italiani è solo l'ultimo di una lunga serie di episodi di violenza che hanno spesso caratterizzato la storia del pugilato. Una lista a cui non mancano miti come Monzon, Tyson, Liston oltre al ricchissimo attuale dominatore dei welter, Floyd Mayweather FOTO
di LUIGI PANELLA

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C'era una volta il ring come riscatto sociale, la favola dell'uomo venuto dal nulla che con la boxe trovava la strada giusta per la propria esistenza. Un esempio recentissimo è Bernard Hopkins, detronizzato a 50 anni dalla vetta mondiale dei mediomassimi ma capace attraverso il pugilato di dare una sterzata ad una vita che gli aveva riservato carcere, rapine, risse, pugnalate. Situazioni del genere ce ne sono tante, anche nel passato epico, spesso ideale ispirazione per il cinema: su tutte il Rocky Graziano interpretato da Paul Newman in "Lassù qualcuno mi ama", passato dal riformatorio al titolo del mondo dei pesi medi. C'è però l'altro ring, quello di chi non svolta, dove il confine con le sirene più spietate che ammalianti della criminalità non viene tranciato di netto. Un ring che riguarda parecchi esponenti della boxe italiana che, già abbastanza in affanno nel mondo dei professionisti, non avrebbe bisogno di tale pubblicità. L'ultimo esempio riguarda Domenico Spada, arrestato dopo il coinvolgimento in una brutta storia di usura, dove prestava soldi con interessi all' 800%. Fermo restando che ovviamente le accuse dovranno essere provate, la cosa sorprende perchè riguarda un pugile di ottimo livello, giunto più volte -senza tuttavia riuscire a conquistarlo- alla soglia del titolo mondiale, l'ultima volta a Montecarlo contro il britannico Murray.

Sorprende anche e soprattutto perché Spada non si è segnalato per comportamenti sopra le righe, mostrando idee chiare ed intelligenti contro ogni forma di discriminazione razziale. Purtroppo il suo non è un caso isolato, ma uno dei tanti che danno al pugilato l'etichetta di sport dal fascino maledetto. Pochi mesi ha fatto notizia il ferimento di Mirko Ricci, gambizzato -presumibilmente un regolamento di conti- dopo aver difeso vittoriosamente il titolo italiano dei pesi medi. Il classico sogno svanito è invece quello di Orjal Kolaj, un albanese che la vita dura sembrava avere forgiato: la fuga dall'Albania, l'amore per l'Italia, per la boxe, per il calcio (tifosissimo della Lazio), i gradini scalati con rabbia fino ad ottenere la chance per l'Europeo dei mediomassimi. Tutto reso vano a pochi centimetri dal più bello per l'accusa di usura e associazione a delinquere di stampo mafioso. Ma anche andando indietro i casi non mancano. Romolo Casamonica, che con Spada è legato da parentela, ha conosciuto il carcere per vicissitudini varie. Per l'usura hanno avuto problemi con la giustizia due nomi da buon curriculum, Silvio Branco e Mauro Galvano, quest'ultimo protagonista negli anni novanta di un acceso derby 'balneare' (uno di Fiumicino, l'altro di Ostia) con Vincenzo Nardiello, anch'egli salito alla 'ribalta' della cronaca un paio di volte. E poi ancora Francesco Dell'Aquila, ex europeo dei medi, coinvolto in problemi di droga. Lucio Cusma, in carcere nel '98 dopo aver compiuto due rapine a Ferrara. Una vita difficile, precipitata nel baratro dopo i successi nella boxe, ma che fortunatamente ha avuto una seguente fase di risalita.

Si è spinto anche oltre Loris Stecca, nell'abisso nonostante una carriera con assoluti picchi mondiali. Dopo, un misto tra impegno sociale (il calcio per solidarietà, la raccolta fondi) e disagio, come quando minacciò di gettarsi da un ponte per protesta contro San Marino, che gli aveva negato il permesso di tornare sul ring a 48 anni. Niente però in confronto all'accoltellamento di una donna, sua socia in affari in una palestra di Rimini. Un autorevole narratore del ring sostiene "la boxe è un'erba che cresce nel giardino dei poveri". Niente di più vero, basta guardare alla storia tremenda di criminalità ed emarginazione che ha determinato l'inferno (da bambino), il ritorno (da campione), poi ancora l'inferno (la galera per violenza sessuale) e il nuovo ritorno (è anche show man) di Mike Tyson. Il problema è che molti l'erba di quel giardino non riescono a togliersela di dosso. Una storia, pur in epoche diverse, simile a quella di Sonny Liston (l'uomo a cui Alì strappò il titolo dei messimi), la cui fedina penale lo rendeva inaccettabile al perbenismo Usa degli anni '60. Sarebbe inaccettabilmente riduttivo sostenere che questi fatti siano frutto di un professionismo che in Italia non garantisce lontanamente quei lauti guadagni che invece si ottengono in Germania, Gran Bretagna, ovviamente Stati Uniti. Non pensiamo sia una questione di soldi. Floyd Mayweather jr, fuoriclasse e miglior pugile pound for pound, è lo sportivo più pagato del mondo. Questo però non gli ha impedito di farsi novanta giorni di galera (senza i migliori avvocati sarebbero stati di più) per violenza e minacce alla madre dei suoi figli.

Il problema è che non tutti possono essere nominati sportivi più importanti di sempre come Muhammad Alì, non tutti possono mantenere inalterato il proprio stile come Nino Benvenuti.  Molti non si liberano mai dei demoni, anche quando la fama e la ricchezza gli permetterebbero una vita agiatissima. Carlos Monzon era un mito assoluto in Argentina, feroce nel difendere il titolo dei medi dalla notte di Roma del 1970 (contro Nino Benvenuti) fino al ritiro, avvenuto nel 1977 dopo aver respinto il secondo assalto di Rodrigo Valdez. Ma 'el Macho', quella violenza che si portava dentro sin da bambino, non se la riuscì mai a togliere di dosso, fino ad una tragica notte un San Valentino (analogia con Pistorius, anche se in contesti ben diversi), quando uccise la moglie. Morì da detenuto in libertà provvisoria: tornava in carcere guidando in maniera sregolata, a velocità folle dopo una battuta di caccia. Violenza domenista anche per Edwin Valero, meno famoso di Monzon ma comunque un fenomeno assoluto: mai nessun dei ventisette avversari incontrati aveva ascoltato l'ultimo gong, ma quella forza sul ring corrispondeva alla debolezza nella vita. Si suicidò in carcere dopo avere ammesso di avere ucciso la moglie. Arte, eleganza, potenza. Ma anche violenza, irrazionalità una volta scesi dal ring. Bellissimo, maledetto pugilato.