La storia

Frasi razziste, cancellato l'eroe del wrestling. Hulk Hogan finisce fuori dal ring

Ufficiale l'addio alla WWE, la lega più importante degli Stati Uniti. Il campione, amato dai bambini e osannato dalla folla, punito per alcune frasi sulle persone di colore, compreso il fidanzato della figlia

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L'eroe del wrestling è finito fuori dal ring. Da qualche ora è ufficiale l'addio di Hulk Hogan alla WWE (World Wrestling Entertainment), la Lega più importante degli Stati Uniti. Via anche dalla Hall of Fame, scomparsi anche gadget, maglie, bandane dal sito della WWE per una conversazione di quasi nove anni fa con la moglie del suo migliore amico (con cui aveva una relazione), estratta da un sex tape e riportata da alcuni tabloid, in cui si lasciava andare a frasi razziste sulle persone di colore, compreso il fidanzato della figlia. Hogan si sarebbe anche definito un razzista, aggiungendo di pensare "che siamo tutti un po' razzisti". Ovviamente il tema negli Stati Uniti è piuttosto scivoloso, la nube tossica della strage di Charleston (come i casi di violenza a Ferguson, New York, Wisconsin, North Carolina) ancora deve evaporare. E già altre leghe sportive, come la Nfl  - commenti di fuoco di molti atleti per Michael Sam primo atleta omosessuale scelto a un Draft, dai St. Louis Rams nel 2014 - e soprattutto la Nba, con il patron dei Los Angeles Clippers Donald Sterling obbligato a cedere la franchigia e con il dirigente dei Cleveland Cavaliers, Danny Ferry, licenziato in tronco -, hanno avuto a che fare con l'intolleranza razziale.

E il probabile turbamento del pubblico americano per il delirio razzista di Hogan verso i neri, i "nigger", così apostrofati nella conversazione incriminata, avrebbe potuto creare danni all'immagine del wrestling. Così la WWE, punta di un movimento che sarà anche finzione ma produce un fatturato da 250 milioni di dollari l'anno, tra arene sold out, incontri a pagamento sulla tv via cavo e merchandising, non ha esitato un attimo a metterlo alla porta. Nonostante le scuse pubbliche di Hogan, prima al magazine People, poi su Twitter. Ma l'incontro per lui era già finito. Schienato, contato sino al tre. Titoli di coda. E niente più Hulkmania, o "Real American", l'intro nazionalista che lo scortava sul ring nel delirio del pubblico, con la bandiera statunitense sventolata e la maglia gialla fatta a pezzi in faccia agli avversari. Istantanea più efficace per declinare il fenomeno wrestling negli anni Ottanta, calamita per bambini, tv, sponsor, con Hogan a capo di una serie di personaggi - Macho Man Randy Savage, The Ultimate Warrior, Jake The Snake Roberts - finiti nella scatola nera di trentenni  -  quarantenni  allora ragazzini che studiavano per ore mosse, acrobazie, anche di nascosto ai genitori. Ma Hogan era un passo avanti.

Amato dai bambini, osannato dalla folla, aveva saputo trasformare un business violento in un fenomeno di costume adatto a tutte le età. Era in poco tempo diventato un personaggio tra il pop e il trash, prestato anche alla propaganda politica della presidenza di Ronald Reagan. E quasi inflazionato quanto Michael Jordan o Michael Jackson, tra film (una parte anche in Rocky III) e telefilm. Per la sfida con il francese Andre The Giant, altra leggenda del ring nel marzo 1987 al Silverdome di Pontiac, Michigan, ci furono oltre 93 mila spettatori, superando il primato di pubblico stabilito otto anni prima dalla visita di Giovanni Paolo II. Un'icona stars and stripes, che agli inizi degli anni Novanta, in piena Guerra del Golfo, difendeva l'onore del suo Paese contro Sg. Slaughter, un patriottico soldato americano divenuto traditore della patria, simpatizzante del regime di Saddam Hussein, che si presentava agli incontri con la bandiera irachena incutendo timore ai bambini. E la leggenda di Hogan è rimasta tale anche negli anni successivi, nonostante il calo di popolarità del wrestling per il mancato ricambio di figure carismatiche e lo scandalo steroidi che ha toccato anche lui, passato anche attraverso, un reality show su Mtv assieme a moglie e figlia incentrato sul rapporto tra genitori e adolescenti. Sino al ritorno sul ring, qualche mese fa, a oltre 60 anni.