Caro Merlo, “come vuoi essere chiamato?”, è la seconda domanda a cui dovrà rispondere l’eletto. Ognuno ha in cuor suo — è sicuro — il nome pronto: ma per gli altri 134 varrà come curiosità per un libro di memorie future (“se mi avessero eletto mi sarei fatto chiamare... o Donald, o Mario, o Beppe, o Piero, o Vladimiro”). Bergoglio ha aperto la strada, c’è voglia di stupire, forse qualcuno pensa a Pietro II, oppure Simone (che era il vero nome di Pietro, ma poi la famosa frase “Tu sei Pietro e su questa pietra...”). Quasi mai, lì come altrove, il nome vale come programma.
Luca Cardinalini, Marsciano (Perugia)
Il vero problema è il cognome che nessuno può cambiare, neppure il Papa, che infatti “chiamavano” Francesco, ma “era” Papa Bergoglio. Il Papa cambia nome pensando di diventare un altro. E se lo sceglie da solo, con una nuova idea di sé che forse rimanda all’umiltà ma sicuramente anche alla vanità. Appena eletto, il nuovo Papa non sa che, alla fine, sarà il cognome che evidenzi…
Caro Merlo, “come vuoi essere chiamato?”, è la seconda domanda a cui dovrà rispondere l’eletto. Ognuno ha in cuor suo — è sicuro — il nome pronto: ma per gli altri 134 varrà come curiosità per un libro di memorie future (“se mi avessero eletto mi sarei fatto chiamare... o Donald, o Mario, o Beppe, o Piero, o Vladimiro”). Bergoglio ha aperto la strada, c’è voglia di stupire, forse qualcuno pensa a Pietro II, oppure Simone (che era il vero nome di Pietro, ma poi la famosa frase “Tu sei Pietro e su questa pietra...”). Quasi mai, lì come altrove, il nome vale come programma.
Luca Cardinalini, Marsciano (Perugia)
Il vero problema è il cognome che nessuno può cambiare, neppure il Papa, che infatti “chiamavano” Francesco, ma “era” Papa Bergoglio. Il Papa cambia nome pensando di diventare un altro. E se lo sceglie da solo, con una nuova idea di sé che forse rimanda all’umiltà ma sicuramente anche alla vanità. Appena eletto, il nuovo Papa non sa che, alla fine, sarà il cognome che evidenzierà la sua sostanza, a volte con il gioco dei contrari come nel caso di Ratzinger, il Papa mite che lottò invano con il cognome da pastore tedesco. In latinorum diciamo “cognomen omen”: e infatti Papa Wojtyla è la fulminante denominazione del papa polacco che segnò la lunga dominazione che ha sconfitto il comunismo e contribuito alla caduta del Muro di Berlino, ha trattato gli ebrei come fratelli maggiori, ha perdonato il suo attentatore Ali Agca, fu il papa dei giovani (“i papa boys”) che il 27 settembre 1997, a Bologna, si alzò in piedi e strinse la mano a Bob Dylan che aveva cantato per lui Knockin’on Heaven’s Door (Bussando alle porte del paradiso). Via, non era Papa Giovanni Paolo II, era Wojtyla: un gigante di 7 lettere. Occhio al cognome, dunque. Per ironia potrebbe escludere qualche papabile. Papa Pizzaballa sarebbe uno scherzo e Papa Cantalamessa troppo serio e appropriato. Papa Baggio diventerebbe il Divin Codino, Papa Marx un Manifesto e Papa Spengler un tramonto. Papa Battaglia, Dio ce ne liberi, Papa Tempesta annuncerebbe il Diluvio universale e Papa Re, ça va sans dire. Tutti, diventando vecchi, sempre più somigliamo, non al nostro nome, chiunque lo abbia scelto, ma al cognome che ereditiamo.
Caro Merlo, il cancelliere tedesco Merz ce l’ha fatta al secondo turno ma noi italiani sappiamo bene che quei franchi tiratori che l’avevano impallinato al primo turno, si rifaranno vivi. Una volta sperimentata non si guarisce dalla viltà dei traditori che, alla luce del sole applaudono sperticatamente ma, protetti dall’ombra, ogni volta che possono non metterci la faccia, organizzano traffici illeciti.
Virginia De Lellis, Mantova
Eviterei le parolone “vigliacchi” e “traditori”. I franchi tiratori sono il sintomo di un disagio politico che è bene che si esprima. E la segretezza del voto, il “non metterci la faccia”, sia in Italia sia in Germania, forse non esalta il meglio della moralità, ma certamente garantisce quella libertà, fosse pure sgangherata e dissimulata, che negli applausi sperticati non c’è mai.