Caro Merlo, sono più anziana di lei, ero già ragazza negli anni del dadaumpa, e trovo malinconico che le gambe delle Kessler vengano raccontate come simbolo di non so quale libertà o modernità femminile. Per noi non sono mai state un modello di niente, né di bellezza né di trasgressione. Lei potrà anche smentirmi, ma sono convinta che anche i nostri ragazzi di allora inseguissero ben altri fantasmi erotici.
Pia Saladino — Pesaro
Erano migliori dei loro balletti e ho una grande simpatia per tutto quello che hanno fatto fuori dalla televisione, per i loro visi con le rughe, per il bene che si volevano, per l’uscita di scena che illumina anche la loro entrata in scena, ma le confermo che nelle mie nostalgie non ci sono le Kessler. Lei ha ragione e la ringrazio: in quegli anni di ribellione le Kessler non seducevano noi ragazzi e non erano un modello per voi ragazze. Vivevamo “les années Bardot” e le donne che ci facevano sognare non erano quelle che eccitavano il professor Cutolo. La t…
Caro Merlo, sono più anziana di lei, ero già ragazza negli anni del dadaumpa, e trovo malinconico che le gambe delle Kessler vengano raccontate come simbolo di non so quale libertà o modernità femminile. Per noi non sono mai state un modello di niente, né di bellezza né di trasgressione. Lei potrà anche smentirmi, ma sono convinta che anche i nostri ragazzi di allora inseguissero ben altri fantasmi erotici.
Pia Saladino — Pesaro
Erano migliori dei loro balletti e ho una grande simpatia per tutto quello che hanno fatto fuori dalla televisione, per i loro visi con le rughe, per il bene che si volevano, per l’uscita di scena che illumina anche la loro entrata in scena, ma le confermo che nelle mie nostalgie non ci sono le Kessler. Lei ha ragione e la ringrazio: in quegli anni di ribellione le Kessler non seducevano noi ragazzi e non erano un modello per voi ragazze. Vivevamo “les années Bardot” e le donne che ci facevano sognare non erano quelle che eccitavano il professor Cutolo. La tv di Renzo Arbore non c’era ancora e non ci piaceva nulla, meno che mai il varietà prude, di quella Rai democristiana, bigotta, e oppressiva che censurava e licenziava i comici, e non è vero che era migliore, più libera e intelligente degli orrori che vennero dopo, ne fu anzi l’origine. Il 13 dicembre del 1969, l’indomani della bomba di piazza Fontana, Bruno Vespa, annunciando nel Tg l’arresto dell’anarchico Pietro Valpreda, disse: “hanno preso il colpevole”. Era sabato e alla 21 partì la sigla delle Kessler a Canzonissima: “Invece i belli come noi che sono tanti / a cantare tutto il giorno vanno avanti”. Ecco, forse dovremmo smetterla con la super-retorica funeraria che rende tutti santi i morti della televisione. Ci si può addolorare anche rispettando la verità dell’Italia.
Caro Merlo, in Italia crediamo ai miracoli ma la produttività è ferma da trent’anni. Le due condizioni sono strettamente correlate, poiché — con Francesco Piccolo — chi crede ai miracoli pensa di non avere nessun bisogno di lavorare. L’aumento della produttività è dunque un’utopia e, drammaticamente, non sembra dipendere dal colore dei governi. Ce ne dobbiamo fare una ragione o ricominciare a sperare in un messia (laico, absit iniuria verbis)?
Bernardo Coccoli - Roma
Uffa, caro Coccoli, l’italiano è migliore di queste ribollite. Non è il ciondolone, il fannullone antropologico che difende la sua occupazione faticosamente inattiva con i cartelli “non disturbate il cretino che lavora”, “il dottore è fuori stanza”, “torno subito”. E non mitizza più l’uomo della provvidenza, il generale Garibaldi, il duce, l’unto del Signore, l’eros e priapo affacciato al balcone, il conquistatore delle piazze piene.
Caro Merlo forse perché il mio pessimismo supera ogni possibilità di ripensamento cosa ne pensa se i potenti del mondo riconoscessero che lo stilema “pace giusta e duratura “ vada ghigliottinato?
Gianni Ingrascì -Treviso
Forse è un’utopia, ma non è uno stilema e dunque la nostra ghigliottina è negata.