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Città senza accoglienza

Città senza accoglienza

Stazioni prive di sedili per aspettare i treni, sottopassi resi inaccessibili a chi non ha dimora, mendicanti allontati là dove offendono il decoro. La nostra schizzinosità da nuovi ricchi fa orrore

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Ho una certa età e viaggio spesso in treno, condizionato da un handicap invalidante. Mi capita così, con notevole frequenza, di avvertire in tutte le stazioni d’Italia l’assenza di posti a sedere, panchine o, più modestamente, qualunque spazio (gradino, appoggio, nicchia…) dove sostare. Questa assenza di qualcosa di simile a posti a sedere, la si registra da decenni e tende a generalizzarsi sempre più (esemplare negativamente la stazione di Bologna dove sostare è una fatica improba).

Come ha reso noto  l’associazione Nonna Roma, il Campidoglio ha firmato un’intesa con  la Sovraintendenza e Rete Ferroviaria Italiana (RFI) per la “riqualificazione” del sottopasso Turbigo, il tunnel che collega via Marsala a via Giolitti. «Si tratta - scrive Nonna Roma - di  190 mila euro destinati, tra le altre cose, all’istallazione di lastre di travertino per ostacolare i “bivacchi”». Lo scopo è quello di impedire alle persone di trovare riparo tra le colonne di quel tunnel. Chi ha attraversato quel sottopasso sa che è un punto estremamente rumoroso, totalmente buio e inquinato dalle migliaia di macchine che ogni giorno lo percorrono.

Anni fa, tra una colonna e l’altra erano stati costruiti dei piloni – in fondo, si pensava, chi è che si metterebbe lì, con un montarozzo di marmo in mezzo al piccolo giaciglio. Ma qualcuno c’era, qualcuno che piuttosto che dormire sull’asfalto arroventato d’estate e gelato d’inverno decideva di trovare riparo lì dove nessuno vorrebbe ripararsi. Ed evidentemente, tale impertinenza, quella della povertà che porta gli uomini a rendere vivi persino i luoghi più desolati, non può più trovare spazio alla stazione Termini.

Sto forse dicendo che quella sistemazione indegna sia invece dignitosa per coloro che sono costretti a ricorrervi? O che sia gradevole per me e per chiunque, la vista delle persone accampate qui e là? Ovviamente no. Ma mi limito a due considerazioni. La prima è che a ogni panchina eliminata, a ogni spazio murato, a ogni posto a sedere cancellato, dovrebbe corrispondere un’opportunità per i senza fissa dimora di disporre un luogo dove trovare ristoro e dove dormire. Da questo punto di vista, la situazione di Roma è particolarmente drammatica, per la carenza di dormitori pubblici e anche di semplici rifugi.

L’altra considerazione è che questa nostra schizzinosità da nuovi ricchi fa un po’ orrore. I portieri delle case eleganti che allontano mendicanti e donne con bambini in braccio, perché offendono il decoro di quel tratto di via, sono l’espressione più autentica di una crescente doppiezza sociale: mentre aumenta il numero delle persone in stato di povertà assoluta (1,9 milioni di famiglie) si fa più forte la tendenza, di chi può permetterselo, a “non vederle”. Un caso di rimozione collettiva che non dice nulla di buono.

Poi, in un qualche angolo di questa città inquieta, capita che quella rimozione non attecchisca. Marta Urszula Pacholczak è morta nella notte tra il 10 e l’11 agosto scorso al Gemelli di Roma. Il suo funerale è stato celebrato nella chiesa di San Mattia, in zona Talenti. Affinché la funzione potesse tenersi ci sono volute settimane di richieste, accertamenti, lungaggini burocratiche e, non ultimo, donazioni.

«Chi l'ha conosciuta sa che Marta era una donna intelligente e simpatica, generosa e dolce, complicata e tenera – scrive Christian Raimo sulla  sua pagina Facebook – era nata in Polonia, a Sandomierz, e nonostante avesse lavorato qui in Italia per più di venticinque anni, non aveva né documenti né una residenza; e la mancanza di residenza per lo stato italiano – e specialmente dopo la legge Lupi del 2014 – rende impossibile di fatto accedere a diritti umani minimi: welfare di base (casa, reddito), cure sanitarie, e anche una degna sepoltura».

Sabato mattina in quella chiesa il marito di Marta, Janek, ricordando il loro lungo amore, ha detto, commosso, che sua moglie era stata sfortunata in quella vita. Tante le volte in cui si era ammalata e altrettante quelle in cui era riuscita a risollevarsi.

Ha ragione Raimo quando dice che «vivere non è facile in questa città, e non lo è nemmeno morire in pace»; e ha ragione Janek quando pensa all’ingiustizia di un destino avverso che si è accanito contro sua moglie. Ma il destino di Marta Urszula Pacholczak non è solo il destino di Marta Urszula Pacholczak. È qualcosa che interpella tutti noi, abitanti della “città dei vivi” (Nicola Lagioia).