Libertà/Illibertà

Omicidio Ventre, la doppia atrocità

Omicidio Ventre, la doppia atrocità

Nessun processo cercherà di appurare le cause della morte avvenuta all’interno dell’ambasciata d'Italia nella capitale dell’Uruguay. Trattandosi di un reato commesso all’estero da uno straniero ai danni di un cittadino italiano, affinché il procedimento abbia inizio è necessario che la guardia giurata indagata, Eduardo Dos Santos Ruiz, raggiunga il nostro territorio. Cosa non accaduta

2 minuti di lettura

Luca Ventre muore nell’Hospital de Clinicas di Montevideo il primo gennaio del 2021, dopo essere stato fermato all’interno dell’ambasciata italiana nella capitale dell’Uruguay. Le telecamere della sede diplomatica registrano immagini inequivocabili: un agente della sicurezza ferma l’uomo che, scavalcando il muro di cinta della struttura, cerca di raggiungere gli uffici e gli applica una manovra che può definirsi “Codice Floyd” (dal nome dell’afroamericano ucciso a Minneapolis il 25 maggio del 2020). Si tratta di quella tecnica assai diffusa che viene adottata dalle forze di polizia di tutto il mondo al fine di bloccare le persone sottoposte a fermo.

Questa la modalità: il fermato, che cerca di resistere (perché spaventato o agitato o perché vuole sottrarsi), viene immobilizzato a terra, in posizione prona e con i polsi stretti dietro la schiena, mentre uno o più agenti premono con le ginocchia su spalle, scapole o dorso; nel frattempo, un altro agente cinge il collo del fermato con il braccio. Questa mossa, insieme al peso degli uomini sulla schiena, impedisce una normale respirazione e può determinare una asfissia e il conseguente arresto cardiaco.

Che in questo caso Luca Ventre sia stato soffocato lo dice l’autopsia eseguita, qualche settimana dopo il rientro in Italia della salma, dal professor Giulio Sacchetti, consulente della famiglia. Si è trattato di «asfissia meccanica violenta ed esterna per una prolungata costrizione del collo che provocò l’ipossia cerebrale dalla quale derivarono il grave stato di agitazione psicomotoria e l’arresto cardiaco irreversibile».

All’opposto, la commissione medica istituita dalla magistratura uruguayana, il 14 novembre scorso, in una relazione presentata in risposta al ricorso dei legali della famiglia di Ventre, dichiarava quanto segue: l’uomo non sarebbe morto per soffocamento, bensì per «una situazione che ha generato stress psico-fisico che, coadiuvato dal consumo (di cocaina), ha innescato una sindrome iperadrenergica».

Venerdì scorso la Procura della Repubblica di Roma ha chiesto l’archiviazione dell’indagine relativa alla morte di Luca Ventre. Nonostante la Procura avesse acquisito numerosi elementi di prova a carico di Ruben Eduardo Dos Santos Ruiz, la guardia giurata che ha fermato Ventre all’interno dell’ambasciata italiana e che era stata indagata per omicidio preterintenzionale, una questione di improcedibilità ha decretato la conclusione, che si teme definitiva, dell’indagine.

In sostanza, trattandosi di un omicidio commesso all’estero da uno straniero ai danni di un cittadino italiano, affinché il procedimento abbia inizio è necessario che la persona indagata raggiunga il territorio italiano. Cosa non accaduta. Non si sa, al presente, se sussistano condizioni e opportunità tali da evitare una fine tanto amara e una ingiustizia tanto cocente. Vengono in mente altre morti: quella di Andy Rocchelli nella regione del Donbass, in Ucraina, il 24 maggio del 2014 e quella di Giulio Regeni in una cella segreta de Il Cairo, nelle prime settimane del 2016; ma anche la fine di Mario Paciolla, nel luglio del 2020 in Colombia, attribuita a un suicidio che risulta contraddetto da tutti i dati di realtà.

Cosa c’è di più atroce di queste morti giovani, consumate in solitudine, a migliaia di chilometri da casa e dai luoghi della propria infanzia, delle proprie esperienze e delle proprie speranze?