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Quel caldo impossibile in carceri congestionate

Quel caldo impossibile in carceri congestionate
La detenzione, nel corso dell’estate, rappresenta una delle condizioni più drammatiche dell’intera vita carceraria
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Nelle scorse settimane, nella cittadina di Alghero, la temperatura ha raggiunto di frequente i 38 gradi. Non conosco quanti se ne siano registrati all’interno di una cella del carcere – bianco e imponente, realizzato nel 1864 – che si trova ai margini del centro storico. Ma so che la detenzione, nel corso dell’estate, rappresenta una delle condizioni più drammatiche dell’intera vita carceraria. E infatti, quale è il microclima di quel microcosmo costituito da una cella?


Un termine come sovraffollamento, a ben vedere, non è il più adeguato a descrivere la situazione. Sovraffollata è la spiaggia di Riccione alle 13.00 del 15 agosto, ma gli infelici e i felici che vi si trovano a una certa ora sono in grado di evaderne. Non così da una cella.


Per questo, più che di sovraffollamento, parlerei di densità e di congestione. La cella è quel luogo che contiene, addensato e congestionato, un certo numero di maschi adulti: e la loro promiscuità coatta è la pena più afflittiva e brutale. Sempre e ancor più nei mesi caldi. Tutto si intreccia, si sovrappone, si combina, si mescola: corpi, membra, arti, peli e capelli. E, poi, liquidi, umori, sudori, secrezioni, traspirazioni, effluvi. E ancora: l’intera gamma possibile e immaginabile delle sensazioni che raggiungono l’olfatto.


Questo è il microclima di una cella di un carcere di una città dove, all’ombra, si raggiungono i 38-40 gradi. Mi viene in mente un lontano episodio raccontatomi proprio da un detenuto del carcere di Alghero, che chiamerò Giuseppe. Un giorno d’estate lui e i suoi compagni di cella avevano messo a bollire una dozzina di uova per farle sode. Mangiatene alcune, successivamente si erano messi a dormire. Nel corso della notte, Giuseppe fu svegliato dall’intensissimo odore delle uova che – complice il caldo torrido – diventò ben presto intollerabile. Fu come un delirio: forse un inizio di febbre o un principio di paranoia e Giuseppe non resistette più. Fedele agli insegnamenti familiari («la roba da mangiare non si butta mai»), una dopo l’altra, con determinazione e una certa dose di aggressività, ingoiò 9 uova sode nel tentativo di cancellarne l’odore. Ma l’odore non si dileguò.
 

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