Christian Norberg-Schulz, teorico dell’architettura, ha descritto la casa come quel «punto stabile che converte un ambiente in un luogo di trasformazione» (L’abitare. L’insediamento, lo spazio urbano, la casa, 2004). Dunque, casa nell’accezione di spazio fisico e simbolico caratterizzato da soggettività, abitudine, certezza. In questo orizzonte di senso lo sfratto costituisce - prima ancora di essere eseguito - una concreta minaccia all’identità della persona, che riconosce nel rapporto tra se stessa e l’abitazione quell’«angolo di mondo» a cui appartenere e dove trovare riparo.
All’inizio di luglio a Barcellona due sorelle, di cinquantaquattro e sessantaquattro anni, si sono tolte la vita gettandosi nel patio interno del loro appartamento alle quattro e mezzo del mattino: l’ordine di sgombero sarebbe stato eseguito sette ore dopo. A Bologna lo scorso ottobre nel quartiere Savena non sono passate inosservate due lettere scritte a mano dai figli di una donna di trentanove anni, che hanno attribuito alla depressione il suicidio della madre «disperata per una casa».
Si tratta di biografie spezzate il cui «diritto all’abitare dovrebbe essere garantito e tutelato» - sostiene Massimo Pasquini, già Segretario nazionale di Unione Inquilini - proprio perché, nonostante non sia previsto nella Carta costituzionale, esso costituisce un «impegno internazionale ratificato dal nostro paese in alcune sentenze della Corte Costituzionale, che ha inserito il diritto all’abitazione nel complesso dei diritti inalienabili della persona».
È, dunque, compito dello Stato assicurare «che la vita di ogni persona rifletta ogni giorno e sotto ogni aspetto l’immagine universale della dignità umana» (sentenza n. 217 del 1988).
E ancora: la Carta sociale europea (CSE) prevede che gli stati firmatari mettano in atto «una serie di adempimenti, finalizzati ad assicurare l’accesso a un’abitazione di livello sufficiente a consentire un tenore di vita dignitoso e a ridurre al minimo lo status di senzatetto».
Tale dovere, tuttavia, risulta disatteso. L’etimo della parola abitare include l’occupazione abituale di un posto, ma anche il suo possesso. Ed è in questa tensione semantica che risiede la questione abitativa: per occupare un posto e possederlo occorre che siano soddisfatti determinati requisiti, quali l'adeguatezza fisica dell'alloggio, la sicurezza circa la possibilità di permanere e, soprattutto, la sua sostenibilità economica.
Il rapporto Di casa a Roma. Un'indagine sull'abitare dell’associazione Nonna Roma rivela come la povertà assoluta di 2 milioni 234 mila famiglie (secondo le stime preliminari dell’Istat per l’anno 2023) e il costo attuale degli affitti e degli immobili abbiano reso l’accesso a un alloggio dignitoso una vera e propria impresa. Un esempio? L’ultimo aggiornamento della graduatoria per alloggi di edilizia residenziale pubblica (E.R.P.) di Roma Capitale ha registrato oltre 18mila domande di nuclei familiari in attesa di un alloggio popolare, con un incremento di oltre 1.100 richieste.
Non solo. Se da un lato il governo con la Legge di bilancio 2023 (Legge 197/2022) ha abolito il Reddito di Cittadinanza (RdC) nonché l’erogazione di un contributo all’affitto; dall’altro, con l’art.8 del Disegno di legge n°1660, introduce il reato di «occupazione arbitraria di immobile» che punisce con la reclusione da 2 a 7 anni «chi occupa arbitrariamente l’immobile altrui, impedisce al proprietario di rientrare nel proprio immobile o favorisce l’occupazione dell’immobile cooperandovi».
Per il ddl Sicurezza, insomma, la casa «di necessità» individuata in uno stabile abbandonato o in un terreno incolto slitta potenzialmente verso l’esito punitivo di una casa circondariale, dove internare chi subisce la marginalità e chi intende contrastarla. Intanto, in Italia, su 36 milioni di abitazioni censite circa 10,7 milioni sono sfitte (Istat).