«La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare». Così recita la prima parte dell’articolo 37 della Costituzione italiana.
Si tratta di una norma fondamentale, che sancisce un principio per l’epoca - e per gli anni a venire, persino ai giorni nostri - nient’affatto scontato: per i padri e le madri costituenti il lavoro delle donne doveva valere quanto quello degli uomini e lo Stato era tenuto a garantire quella parità. E, però, oggi, è lecito domandarsi se quella funzione familiare tanto essenziale possa ancora tenere se declinata solo in favore della madre.
Certo, sarebbe così se si guardasse al numero di ore che le donne dedicano in media all’assistenza e al lavoro domestico in Europa: 22 ore a settimana, a fronte di appena 9 ore da parte degli uomini. Però, a quale prezzo?
Il carico di cura grava a tal punto sulle sole donne che 1 su 5 è costretta a dimettersi dopo la nascita del primo figlio. Mentre la carriera dei padri prosegue e spesso, addirittura, decolla. Ma anche quando gli uomini si dimettono, quasi l’80% afferma di farlo al fine di passare ad un’altra azienda: solo il 7% lo spiega con esigenze di cura dei figli. Mentre l’impossibilità di occuparsi della famiglia e insieme lavorare è alla base delle dimissioni del 64% delle madri.
Eppure, una volta, per indicare l’uomo medio ci si riferiva al “buon padre di famiglia”. Una formula, mutuata dal codice civile, che fa pensare alla capacità di assumere piene responsabilità nell’organizzazione della vita familiare e del suo ordinato svolgimento, con una presenza assidua e sollecita.
In effetti, la distribuzione dei ruoli e delle relative fatiche all’interno della famiglia sta lentamente cambiando. Per capirci, il numero dei padri che cambia regolarmente i pannolini è più che triplicato rispetto agli anni settanta. E nella stessa direzione cominciano ad andare anche le norme in materia, si pensi alle misure per la conciliazione vita - lavoro, che parlano di parità in ambito lavorativo e familiare attraverso proprio la condivisione delle responsabilità di cura tra uomini e donne. Come accelerare il processo di allineamento tra pratica e norma?
Per esempio, con “l’ingiunzione di paternità”. Che non vuol dire smettere di pensare alle madri, ma iniziare a parlare anche di padri. Ovvero, innanzitutto, riconoscere un congedo di paternità, obbligatorio e pienamente retribuito, che non sia limitato a soli 10 giorni. Poi, attraverso una rete di servizi per l’infanzia, a partire dagli asili nido, accessibili e diffusi su tutto il territorio.
Significa promuovere una vera innovazione culturale, per evitare che il genere maschile sia schiacciato, ancora e per l’eternità, sulla figura dell’homo faber. Solo così si potrà contribuire a far sì che il lavoro di cura non sia immaginato e praticato come “una roba da donne” e quella così “essenziale” funzione familiare essere riconosciuta anche ai padri.