«Bisognerebbe tendere l’orecchio, chinarsi verso questo borbottio del mondo, cercare di scorgere tante immagini che non sono mai state poesia, tanti fantasmi che non hanno mai raggiunto i colori della veglia» (Michel Foucault, Storia della follia nell’età classica,1961).
L’anno scorso a Roma un uomo che era benvoluto da tutti nel suo quartiere, oltre ad essere apprezzato per il suo lavoro di sarto, ha iniziato ad assumere atteggiamenti inconsueti. Fisicamente appariva stanco, gli occhi annebbiati di rado guardavano l’interlocutore. La bottega era meno pulita del solito, i lavori si accumulavano e lo spazio andava riducendosi.
L’uomo aveva degli alti e bassi, che oscillavano ancor di più da quando aveva iniziato a bere. Chi lo incontrava per strada, evitava di avvicinarsi troppo. C’era il timore che avesse una reazione spropositata, come a volte succedeva. Gli capitava di lanciare oggetti e di urlare frasi sconnesse, di chiudere il negozio prima del previsto o, al contrario, di non aprirlo, di non averlo mai aperto.
Mese dopo mese la situazione peggiorava e accanto a chi preferiva cambiare strada c’era chi, suo amico o cliente, cercava di capire cosa fare. Le segnalazioni erano state numerose ma lui rimanevi lì, perché mai troppo grave, mai veramente collaborativo, mai chiaramente malato. Il momento di rottura ci fu d’estate, e coinvolse un’infermiera che lo aveva soccorso in ambulanza.
La donna, sconvolta, denunciò di aver subito una molestia e l’uomo fu condotto in carcere. Tutt’ora è detenuto a Regina Coeli, non pienamente consapevole di sé e del luogo in cui è stato condotto.Nella sua singolarità, una storia come questa è meno rara di quanto si creda, basti pensare che nel 2023 Antigone aveva denunciato come il 12 per cento della popolazione carceraria italiana soffrisse di una qualche forma di patologia psichiatrica grave. E come spesso avviene, la prigione rivela quello che la società tende a nascondere.
C’è chi soffre di una patologia mentale in un momento particolare della sua vita e chi, al contrario, non hai mai conosciuto un momento di tregua dal dolore della mente. Una condizione che spesso si somma ad altro, soprattutto se la diagnosi arriva tardi e la rete di sostegno e successiva presa in carico fatica ad attivarsi.
Nelle famiglie che attraversano “gli episodi”, ovvero le vere e proprie crisi di un figlio o di un genitore, si ha spesso timore a parlare. Si capisce perché: le società contemporanee prevedono solo corpi normodotati e capaci di relazionarsi secondo parametri rigidamente identificati e se la ferita non è immediatamente individuabile si tende a sottovalutarla, confonderla o perfino irriderla. E quando il caos dentro e il silenzio attorno si sommano fino ad annullarsi reciprocamente, è in quel momento che può aprirsi la crepa. Esiste un modo per essere fermati senza annientare e senza essere annientati? Un modo che preveda la vita e non la sua definitiva scomparsa?
Esiste, certo. Ma è sempre più complesso rintracciarlo in tempo, scavalcare lo stigma, entrare in rapporto con chi può aiutare e, infine, affidarsi. In un articolo di qualche anno fa di Meagan Day apparso su Jacobin, l’autrice commenta alcuni degli scritti di Mark Fisher, scomparso nel 2017. Nel saggio “Why Mental Health Is A Political Issue”, Fisher scrive: «Sarebbe superficiale dire che ogni singolo caso di depressione è generato da fattori economici e politici; ma è ugualmente banale sostenere – come fa l’opinione dominante – che le radici della depressione siano da individuare solamente o nella chimica del cervello, o in esperienze infantili».
Il messaggio di Fisher, chiariva Day, era chiaro: «Se la malattia mentale di ciascun individuo non è altro che il risultato di un’anomalia chimica nel cervello, non causata o rafforzata da fattori come la precarietà finanziaria o l’isolamento sociale, allora non c’è alcun bisogno di chiederci se non sia la nostra stessa società a essere malata».
Nel dire che la salute mentale è una questione politica, Fisher non negava la specificità della malattia, la sua possibilità di essere più o meno grave o più o meno violenta. Piuttosto si soffermava sull’origine e sull’evoluzione della malattia, su quale fosse la responsabilità del corpo sociale quando una delle sue parti rallentava, su quali fossero i fattori ambientali e politici che – a determinate condizioni – acuivano la patologia fino a criminalizzarla.
In questi giorni è stata pubblicata una lettera che ha fatto molto discutere. È stata scritta da genitori del diciassettenne che ha confessato di aver ucciso un ragazzo di 19 anni nel napoletano. Scrivono che la distruzione causata dal figlio è irreparabile, ma provano comunque a spiegarne il contesto: il rifiuto delle cure e delle visite, le crisi non gestibili, la richiesta vana di aiuto ai servizi sociali.
Non è questa la sede per entrare nel merito della vicenda processuale, né si può chiedere alla famiglia della vittima di comprendere questa ricostruzione. Ma la giovane età dei protagonisti di questa storia e le parole di sofferenza scritte da quei genitori meritano una riflessione collettiva.
La stessa di cui aveva bisogno Antonella Zarri, madre dell’uomo che nel 2022 uccise la sorella. «Lo dico da madre alla quale sono stati “uccisi” due figli: abbiate il coraggio di rendere pubblico il drammatico dialogo di un genitore che invoca disperatamente aiuto sapendo che il proprio figlio, delirante, impazzito, sta per uccidere sua sorella, e la risposta delle forze dell'ordine. […] Abbiamo cercato aiuto nelle istituzioni. Ci siamo imbattuti in una fredda e ignorante burocrazia. Indolente ma prepotente nel suo reiterato e pigro rifiuto di farsi carico del proprio ruolo di garanzia ed aiuto verso i cittadini in difficoltà. Abbiamo chiesto a chi doveva e ne aveva il potere di fermarlo e di curarlo».