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La verità vi prego sulle adozioni

La verità vi prego sulle adozioni

Di fronte alla Gestazione per altri, una inflazionata abitudine porta a chiedere: “Perché non adottare?”. Ma chi può in Italia? E in quali condizioni? In Francia, Gran Bretagna, Spagna e Germania, l’adozione è consentita a persone singole

che abbiano più di 30 anni. Avanza anche la giurisprudenza europea, come quella della CEDU, sulla discriminazione in ragione dell’orientamento sessuale

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La gravidanza per altre persone in Italia è formalmente reato universale. Fino a qualche giorno fa, per l'ordinamento, era "solo" reato. Oggi si colloca, quanto alla sanzione morale e alla risposta dello Stato, sullo stesso piano dei crimini contro l’umanità, del genocidio, della riduzione in schiavitù e della tortura. Non è una esagerazione: sono questi i reati universali per la legge italiana.

Sono stati diversi gli interventi che hanno messo in luce gli aspetti più problematici della nuova norma, dalla stessa difficoltà di perseguire questo crimine (sono oltre sessanta i paesi in cui è consentita) alle conseguenze sullo stato dei figli di coloro che vi faranno ricorso, in particolare di quelli delle coppie dello stesso sesso che, pur essendo una netta minoranza, ne subirà maggiormente gli effetti negativi. Qui proviamo a rispondere ad una delle principali argomentazioni usate di fronte a un desiderio di genitorialità “non conforme”: la scelta adottiva.

Se è fondamentale evidenziare l'insindacabilità delle scelte riproduttive, è altrettanto opportuno premettere come questa tanto inflazionata quanto violenta abitudine di chiedere “perché non adottare?” non venga mai rivolta alle coppie di futuri genitori eterosessuali e fertili.

Quando si parla poi di scelta adottiva, è necessario tenere conto della sua complessità, sia sotto il profilo procedurale, economico che su quello affettivo. In Italia, la legge 184 del 1983 disciplina le diverse tipologie di adozione nazionale e internazionale.

Nel caso di adozione nazionale, perché un minore sia adottabile deve essere dichiarato in stato di abbandono, l’adozione costituisce l’extrema ratio: la legge, infatti, afferma prima di tutto il suo «diritto di crescere ed essere educato nell'ambito della propria famiglia» e solo laddove quest’ultima non sia in grado di provvedere alla sua crescita ed educazione si fa luogo all’adozione.

Nel caso di adozione internazionale, questo aspetto è regolato dalla normativa del paese di provenienza del minore straniero. Quanto al profilo procedurale, tra i requisiti previsti dalla legge, c’è quello per cui possono fare richiesta di adozione solo i coniugi uniti in matrimonio da almeno tre anni: sono, dunque, escluse sia le coppie non sposate, quelle omosessuali - anche se unite civilmente - che le persone singole. Si pone, quindi, un primo problema di accesso.

Dietro l’argomento del “migliore interesse” del minore si schermano tutti coloro che ritengono “il massimo” (Meloni) per un bambino avere un padre e una madre, ma trattasi di un ragionamento che non ha riscontro sul piano scientifico.

Questa preclusione appare ormai insostenibile: ciò che conta per il benessere del minore, che è l’obiettivo ultimo dell’adozione stessa, è la qualità della relazione familiare, non il sesso o il numero dei genitori. Se poi si guarda alla garanzia di stabilità, le unioni civili - che si continua a dire siano in tutto e per tutto identiche al matrimonio - o le convivenze di fatto, possono soddisfarlo pienamente.

Del resto, in questa direzione si stanno muovendo tanti paesi come la Francia, la Gran Bretagna, la Spagna e la Germania, dove è consentita l'adozione da parte di persone singole che abbiano un'età maggiore dei 30 anni, nonché la giurisprudenza europea, come quella della CEDU, sulla discriminazione in ragione dell’orientamento sessuale. In Italia, ad oggi, nonostante i numerosi progetti di legge presentati, non si parla - e non lo si è fatto nemmeno dopo l’approvazione della nuova norma sulla GPA - di modificare i requisiti soggettivi della 184.

Anche le coppie che lì rispettano, d’altra parte, trovano di fronte a sé un percorso lungo e faticoso: una volta presentata la domanda, vengono avviate le indagini in merito alla capacità di educare il minore e alla situazione personale ed economica della coppia, oltre che alla salute e al contesto familiare di riferimento e ai motivi per cui si intende adottare. Qualora le indagini abbiano esito positivo, il Tribunale disporrà l’affidamento preadottivo allorché individui per il minore la coppia idonea, ovvero quella più in grado di rispondere ai suoi bisogni.

Si tratta di un processo che può - e di fatto è così - durare molto a lungo. Peraltro, la domanda di adozione resta valida per soli tre anni, nei quali può ben accadere che non si dia luogo all’adozione: per la legge, scaduto tale termine, la coppia deve presentarne una nuova, che non tiene conto né della precedente né dell’età dei genitori che nel frattempo è cresciuta.

Parimenti, all’esito dell’affidamento preadottivo può non essere disposta l’adozione. A parlare sono i dati Istat, che dimostrano come negli ultimi anni una percentuale sempre maggiore di domande di adozione rimanga inevasa: il numero di coniugi che ogni anno fanno richiesta è di molto superiore al numero di minori che sono in effetti dichiarati adottabili, mentre aumentano i tempi di attesa; nel 2019 ci volevano 3 anni e 9 mesi, nel 2023 sono diventati 4 anni e 5 mesi.

Ai tempi lunghi si aggiungono le incertezze dovute al quadro storico e geopolitico che stiamo vivendo, nonostante, secondo l’UNICEF, sarebbero comunque 200 milioni i bambini abbandonati nel mondo. Infine, il peso emotivo dell’adozione è un dato che merita attenzione e rispetto: tutti, frettolosamente, sottolineano la grande generosità del gesto, pochi, tuttavia, ne riconoscono il grande carico che comporta, sia nella fase delle indagini sia, e soprattutto, dopo che l’adozione è avvenuta.

Si fa presto, insomma, a dire adozione. Ma quante delle persone che inneggiano alla dignità della donna e ai diritti dei bambini, promuovendo la scelta adottiva, sono scese in piazza per protestare contro l'ingiustizia dei tempi e delle regole sulle adozioni in Italia?

Per questo è importante smettere di guardare all’adozione come un’alternativa alla filiazione “naturale”: si tratta di una scelta a cui va riconosciuta una propria singolarità e dignità e che come tale meriterebbe di essere considerata dal legislatore, a partire dall’allargamento della platea di persone che possono accedervi.

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