La Shoah, va detto, è materia sensibilissima, che non tollera superficialità linguistiche e usi strumentali: e va trattata con la massima delicatezza. Tuttora, antisemita è, provvidenzialmente, l’ingiuria che richiama il punto più basso del disonore. Di conseguenza, se la modesta vicenda che qui racconto evoca le grandi categorie della storia, è pur vero che il suo concreto svilupparsi ha a che fare più che altro con la codardia piccina, l’omertà soffice e, in particolare, il culto infimo-borghese dell’ordine sociale e del quieto vivere.I fatti sono questi: i residenti di via Alessandro Torlonia, a Roma, hanno avviato una raccolta di firme per chiedere la sospensione dei lavori destinati alla realizzazione del Museo nazionale della Shoah. Tutto nasce dal fatto che nell’area destinata al museo sono state ritrovate un paio di scritte antisemite. Dicono i residenti che ciò testimonierebbe «la costante presenza nel luogo di soggetti pericolosi». E che questo «non può che alimentare lo sta…
La Shoah, va detto, è materia sensibilissima, che non tollera superficialità linguistiche e usi strumentali: e va trattata con la massima delicatezza. Tuttora, antisemita è, provvidenzialmente, l’ingiuria che richiama il punto più basso del disonore. Di conseguenza, se la modesta vicenda che qui racconto evoca le grandi categorie della storia, è pur vero che il suo concreto svilupparsi ha a che fare più che altro con la codardia piccina, l’omertà soffice e, in particolare, il culto infimo-borghese dell’ordine sociale e del quieto vivere.I fatti sono questi: i residenti di via Alessandro Torlonia, a Roma, hanno avviato una raccolta di firme per chiedere la sospensione dei lavori destinati alla realizzazione del Museo nazionale della Shoah. Tutto nasce dal fatto che nell’area destinata al museo sono state ritrovate un paio di scritte antisemite. Dicono i residenti che ciò testimonierebbe «la costante presenza nel luogo di soggetti pericolosi». E che questo «non può che alimentare lo stato di incessante minaccia e allerta in cui i residenti sono costretti a vivere dall’apertura del cantiere». Ancora: «Alcuni cittadini che facevano jogging la mattina presto in zona Villa Torlonia hanno notato e segnalato alle autorità competenti una testa di maiale». Da qui la richiesta di procedere allo «spostamento del monumento in altra zona meno popolata e più agevolmente tutelabile».Proprio così, semplice e lineare. Il fatto che qualche sciagurato abbia tracciato alcune scritte ignobili giustificherebbe, ad avviso di questi cittadini, lo spostamento di un progetto dal grande significato etico e storico in un’altra zona di Roma, ben inteso, «meno popolata». C’è di che trasecolare. Tanto più se si pensa alla genesi di questo progetto, alla sua complessa elaborazione e al suo pluridecennale percorso.Era il 1998 quando accompagnai un gruppo di personalità della cultura italiana a una udienza al Quirinale con l’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro. C’erano Clotilde Pontecorvo, Claudio Pavone, Luca Zevi e Anna Rossi-Doria, che esposero il progetto di un Museo delle intolleranze e degli stermini. Successivamente, il sindaco Walter Veltroni volle intitolarlo Museo della Shoah, promosso dal Comune di Roma, dalla Regione Lazio, dalla Provincia di Roma, dall’Unione delle Comunità ebraiche Italiane, dalla Comunità ebraica di Roma e dall’Associazione Figli della Shoah. Recentemente, il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, ha valorizzato la portata «nazionale» dell’opera.Da quel 1998 sono passati decenni e, nel frattempo, il museo ha dovuto superare una infinità di ostacoli di ordine politico e culturale, difficoltà burocratiche, scarsità di fondi e complessi problemi urbanistici, tanto che a tutt’oggi non sono ancora cominciati i lavori di costruzione veri e propri. Ma dopo questo accidentato cammino, tutto ci si poteva aspettare, tranne che l’ostilità dei residenti. Anche perché a questi ultimi non si chiede, certo, una eroica mobilitazione contro l’antisemitismo o una dichiarazione di fede nei valori dell’antinazismo e dell’antifascismo. Si chiede, né più né meno, la consapevole adesione a un patto sociale e a un vincolo di cittadinanza che non possono escludere a priori il rischio fisiologico del conflitto. Ciò implica l’accettazione dei contrasti e delle tensioni sociali e la possibilità che manifestazioni di intolleranza possano turbare l’ordinaria convivenza dei cittadini.
Ecco, questo sembra emergere dalla vicenda di Villa Torlonia. Una sorta di pusillanimità «borghese» incapace di reggere il modesto spasimo che qualche antisemita e qualche fascista possono determinare nella vita collettiva. Una normale inquietudine, come è inevitabile, in tutte le comunità e, tanto più, in una metropoli congestionata quale è Roma. Ma è possibile che di fronte a scritte antisemite e a quella «testa di maiale» (!) non scatti un minimo di consapevolezza della propria responsabilità sociale o uno straccio di spirito civico?
Oltretutto, c’è da credere che quei pacifici cittadini, nella stragrande maggioranza, non provino la minima simpatia per il nazifascismo e respingano fieramente qualunque accusa di antisemitismo. A conferma del fatto che pesi non tanto un pregiudizio ideologico, bensì un riflesso d’ordine collegato a concetti come decoro e quiete pubblica.Non mancano i precedenti: l’apposizione di targhe sulle facciate dei palazzi di Palermo dove avevano vissuto Paolo Borsellino e Giovanni Falcone hanno provocato, già trent’anni fa, infinite polemiche e soluzioni di compromesso non sempre dignitose. Così come è accaduto appena un anno fa, ancora a Roma, quando i condomini di un palazzo, che i cronisti definiscono «signorile», contestarono la collocazione di una targa in memoria di Giacomo Matteotti, che lì aveva abitato. In effetti, il nome del grande leader socialista era riportato sulla facciata, ma si diceva semplicemente che uscendo da quell’appartamento «il 10 giugno 1924 andò incontro alla morte». La nuova targa, quella che avrebbe dovuto attribuire al regime fascista la responsabilità dell’assassinio, è stata contestata e, dunque, non troverà posto sulla facciata dello stabile.
È interessante che, sia nella vicenda del Museo nazionale della Shoah che in quella dell’abitazione di Giacomo Matteotti, le resistenze vengano principalmente da ambienti tutt’altro che emarginati e da persone nient’affatto vulnerabili. È come se si diffondesse sempre più una idea di ordine e rispettabilità sottratta a qualsiasi rischio di incrinatura e ridotta a una superficie impermeabile. Più simile a una vetrina che a una aggregazione umana.