La distanza che separa il Rione Traiano — Napoli popolare, senza parchi e senza mare — dalle spiagge luminose di Posillipo, si misura in tempo. Un'ora e quaranta con i mezzi pubblici, un'ora e mezza a piedi. Due amici sedicenni cresciuti insieme nello stesso Rione abitano il tempo languido dell'estate dell'adolescenza. Non hanno compiti per le vacanze perché hanno abbandonato la scuola. Uno dei due, Alessandro, lavora in un bar consegnando i caffè, mentre l'altro, Pietro, sogna di fare il barbiere ma non trova lavoro, e nel frattempo si allena sulla chioma dell'amico. Al Rione Traiano, secondo i dati raccolti dall'associazione O'rione, attiva nel quartiere dal 1958, la disoccupazione giovanile raggiunge il 70% e la dispersione scolastica il 45%. Molti dei loro amici si dedicano allo spaccio, bassa manovalanza della criminalità organizzata. I due, in un giorno di afa, decidono di concedersi una gita a Posillipo: fanno il bagno nel mare, giocano a fare la verticale, contano i secondi di…
La distanza che separa il Rione Traiano — Napoli popolare, senza parchi e senza mare — dalle spiagge luminose di Posillipo, si misura in tempo. Un'ora e quaranta con i mezzi pubblici, un'ora e mezza a piedi. Due amici sedicenni cresciuti insieme nello stesso Rione abitano il tempo languido dell'estate dell'adolescenza. Non hanno compiti per le vacanze perché hanno abbandonato la scuola. Uno dei due, Alessandro, lavora in un bar consegnando i caffè, mentre l'altro, Pietro, sogna di fare il barbiere ma non trova lavoro, e nel frattempo si allena sulla chioma dell'amico. Al Rione Traiano, secondo i dati raccolti dall'associazione O'rione, attiva nel quartiere dal 1958, la disoccupazione giovanile raggiunge il 70% e la dispersione scolastica il 45%. Molti dei loro amici si dedicano allo spaccio, bassa manovalanza della criminalità organizzata. I due, in un giorno di afa, decidono di concedersi una gita a Posillipo: fanno il bagno nel mare, giocano a fare la verticale, contano i secondi di apnea di cui sono capaci, si prendono in giro, sono felici. A fine giornata devono tornare nella loro parte di Napoli percorrendo una ripida salita fino alla fermata dell'autobus. Pietro nell'ultimo periodo è ingrassato parecchio, fino a sviluppare una preoccupante forma di diabete: ha il fiato corto, suda molto e, durante la risalita, si deve fermare più volte. L'amico Alessandro lo incoraggia: "Siamo quasi arrivati, su, forza", ma Pietro non si sente bene, deve sedersi. "Mi vergogno", dice, "non mi riprendere". Alessandro gli accarezza la schiena, gli asciuga il sudore dalla fronte. Quando raggiungono un belvedere si dissetano e si guardano intorno, ammirano le case che danno sul golfo. "A Posillipo, nel quartiere dei ricchi, secondo te io, noi, i figli nostri, i nipoti nostri, potremmo mai venire ad abitare qua?" chiede Pietro all'amico. "No Piè, è impossibile. Sai quanti soldi ci vogliono per farsi la casa qua?" risponde Alessandro. "Vabbè, però lavorando si fanno i soldi." "Pie, io faccio il barista, tu forse farai il parrucchiere: ma che soldi vuoi fare?" "È vero…" esita Pietro, "non ci avevo pensato" — e un lampo gli attraversa lo sguardo.
I due ragazzi sono i protagonisti di Selfie, il documentario del 2019 scritto e diretto da Agostino Ferrente, che racconta la quotidianità degli adolescenti del Rione Traiano — lo stesso quartiere dove, cinque anni prima, era morto Davide Bifolco, anch’egli sedicenne. Nella notte tra il 4 e il 5 settembre 2014 Davide era in sella a uno scooter con altri due ragazzi, in fuga perché il mezzo non aveva l'assicurazione: i carabinieri, convinti che tra loro vi fosse un latitante appena evaso, li inseguirono e li speronarono. Mentre Davide provava a rialzarsi da terra, un carabiniere sparò un colpo che lo raggiunse al petto, uccidendolo.
La povertà è tante cose, ed è insidiosa. È lasciare la scuola a sedici anni, se non a dodici, e sperare di trovare un lavoro, una fatica, come il proprio padre e il proprio nonno: un’intera stirpe di giovane forza lavoro senza alcuna forza contrattuale. Povertà è non poter immaginare un futuro diverso dal proprio presente, un orizzonte in grado di guidare i propri movimenti caricandoli di energia e di inventiva. Povertà è nascere, crescere e morire in un quartiere dove la violenza è l'aria che si respira, tanto da non essere più riconosciuta come tale: una violenza pervasiva, che regola i rapporti sociali ed economici, le relazioni familiari e l’antagonismo con le istituzioni dello Stato. In Italia, secondo l'ultimo rapporto Istat (dati 2024), le famiglie in condizioni di povertà assoluta sono 2,2 milioni: 5,7 milioni di individui. Una parte di queste persone non ha frequentato la scuola dell'obbligo, non parla italiano, non sa leggere e non sa scrivere.
Come Giuseppe De Rosa, napoletano, classe 1939, cresciuto a Gianturco, in una famiglia numerosa e senza mezzi. Da anni vive di espedienti a Firenze, privo di legami, solo; di notte dorme in un letto dell'albergo popolare. Nel settembre 2024 viene arrestato in flagranza dopo aver rotto il finestrino di un'auto per rubare una borsa — dentro, solo abiti da lavoro. Processato per direttissima, viene condannato a un anno. "Vabbè, non è la prima volta che finisco in carcere, non è il posto peggiore dove posso stare, alla fine lì c'è un letto e mi danno anche da mangiare", dice al suo avvocato. Due anni dopo il furto, quando la sentenza diventa definitiva, per Giuseppe si aprono le porte del sovraffollato carcere fiorentino di Sollicciano. A ottantasette anni. Non ha più denti in bocca, fatica a deglutire e a camminare, non si può dire autosufficiente: dopo pochi giorni in una cella del reparto clinico, grazie all'associazione per i diritti dei detenuti Pantagruel e a don Vincenzo Russo, ex cappellano di Sollicciano, lascia il carcere per Casa Caciolle, una struttura per detenuti semiliberi nel quartiere di Rifredi, dove Giuseppe si dice contento di finire la sua vita.
Torna in mente l'incipit di Terra matta, la lunga autobiografia che il cantoniere siciliano analfabeta e, poi, autodidatta Vincenzo Rabito scrisse su una vecchia macchina da scrivere, scoperta dall’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano e in seguito pubblicata da Einaudi: "Questa è la bella vita che ho fatto il sotto scritto Rabito Vincenzo [...]. La sua vita fu molta maletratata e molto travagliata e molto desprezata” — l'epitaffio di una vita povera, di un sottoproletario che intuisce che verrà raggiunto dalla morte nello stesso luogo dove gli è capitato di venire al mondo: le periferie sociali ed economiche di un paese diseguale.
Quando Giuseppe De Rosa dice che il carcere non è il luogo peggiore che gli potesse capitare, perché lì gli sono garantiti un letto e del cibo, dice qualcosa di molto rilevante sulle condizioni del nostro welfare state: per alcuni cittadini il prezzo da pagare per accedere a una forma minima di garanzia sociale è la propria libertà. Quando un carcere sovraffollato e congestionato non appare come la cosa peggiore che possa capitare a una vita, significa che l’alternativa è la libertà di vivere in condizioni materiali ancora peggiori, senza una rete a cui rivolgersi per ricevere aiuto.
Franco Basaglia, nell'introduzione all'edizione Einaudi di Asylums di Erving Goffman, uno dei più importanti testi sulle istituzioni totali, scrisse che in una società produttivistica che si fonda sull'ideologia del benessere e dell'abbondanza per coprire la fame, la fame non potrà manifestarsi brutalmente per ciò che è, ma dovrà venir velata e schermata attraverso le ideologie che la definiranno di volta in volta come vizio, malattia, razza, colpa.
Qual è la colpa di Giuseppe, vecchio e analfabeta ladro di vestiti? E quale la colpa di Pietro e Alessandro, che a sedici anni vedono già spacciato il loro futuro? "Ho commesso un crimine, Signore, ne avevo bisogno — crimine di essere affamato e povero" cantava Nina Simone nella sua meravigliosa Work Song, dove un uomo condannato ai lavori forzati in una chain gang del Sud degli Stati Uniti racconta, spaccando pietre sotto il sole, la propria storia: ha rubato da mangiare in un negozio di alimentari, e per questo un giudice lo condanna a cinque anni di lavoro forzato. Aveva fame.