M'ero sbagliato di grosso, come altri commentatori ben più esperti di me, nel pronosticare che la finale maschile di Wimbledon sarebbe stata una lunghissima battaglia. È durata solo tre set, anche se spalmati su tre ore e otto minuti. Con un game, l'ultimo, che a Andy Murray è costato emotivamente tanto quanto le sei finali di Slam (una sola vinta) disputate in carriera: sommate, intendo.
Battaglia cruenta è stata per Novak Djokovic e per il suo staff, accerchiati dal "nemico" sull'erba e sulle tribune della Centre Court. Per Andy Murray, invece, un'entusiasmante cavalcata. Che lo immortala "eroe della Scozia e del Regno Unito", come titolava ieri mattina un giornale.
Il risultato (6-4 7-5 6-4) non deve ingannare. Murray s'è dovuto sudare il trionfo. Nel secondo e nel terzo set il serbo numero 1 al mondo ha avuto la possibilità di distaccare l'avversario, e in entrambi i casi ha dovuto poi subire la rimonta e il sorpasso di Andy, apparso inarrestabile. Il numero 2 ATP ha messo in mostra una consapevolezza dei propri mezzi raggiunta forse tardi rispetto a Nole - sono entrambi nati nel maggio 1987 - ma che da adesso li mette davvero sullo stesso piano.
La sensazione è che Andy "non" potesse non vincere i Championships dopo aver raggiunto qui un quarto di finale, tre semifinali e una finale dal 2008 al 2012; dopo l'oro olimpico conquistato contro Federer su questo stesso campo undici mesi fa; dopo il primo Slam a Flushing Meadows il settembre scorso. Oggi è lui il più forte giocatore sull'erba, così come Rafael Nadal lo è sulla terra e - a mio giudizio - Djokovic sul veloce.
Il cambio di marcia nella carriera di Andy ha un tempo e un nome: 2012, Ivan Lendl. Un anno e mezzo fa, il campione ceco, che in carriera era stato fermato in cinque semifinali e due finali a Wimbledon, s'è preso la responsabilità di trasformare Andy in un potenziale dominatore del ranking. Da allora abbiamo assistito a un esemplare processo di maturazione atletica e psicologica. Che si chiude oggi con il risultato che fa del ragazzo di Dunblane l'atleta britannico forse più importante e ammirato degli ultimi decenni. Solo una vittoria della nazionale di calcio ai Mondiali scatenerebbe altrettanto entusiasmo popolare da Dover dalle bianche scogliere a Inverness con le notti d'estate quasi senza buio. Nelle ultime 48 ore Andy Murray aveva monopolizzato i media che lo hanno esaltato, incoraggiato, implorato di riportare a casa dopo 77 anni un trofeo che è la Union Jack dello sport britannico. Quando il ciclismo era ancora la disciplina che infiammava di passione e d'orgoglio i tifosi italiani, vivemmo in sedicesimo un'odissea analoga con la Milano-Sanremo, che Michele Dancelli vinse in fuga per 70 chilometri nel 1970, dopo 17 anni di cocenti delusioni. Per restare al tennis, l'attesa di un italiano maschio che si prenda uno slam dura ormai da 36 anni, dal Roland Garros di Adriano Panatta. Quanto dovremo attendere ancora?
Forse non tanto. Qualche settimana fa proprio Panatta disse a Vincenzo Martucci della Gazzetta: "Gianluigi Quinzi mi ha impressionato, ha tutti i colpi. Ci palleggiai anni fa a San Benedetto del Tronto durante una manifestazione giovanile. Aveva 9-10 anni, chiamai la mamma e le dissi: fatelo giocare a tennis, che questo gioca davvero bene". E oggi mentre Nole e Andy si scannavano nel primo set, ho ricevuto la mail di un amico. Domanda insidiosa, la sua: fosse cresciuto tennisticamente in Italia anziché in Florida a casa di Bollettieri e poi in giro per il mondo, Gianluigi Quinzi avrebbe la stessa fame di vittoria mostrata poco fa nella vittoriosa finale junior a Wimbledon? Gli ho risposto in modo articolato: no. Non siamo abituati a ritrovare nei nostri giocatori maschi - nelle donne sì - la determinazione del ragazzo marchigiano nato a Cittadella, nel Padovano.
Quinzi ha regolato il sudcoreano Hyeon Chung con il punteggio di 7-5 7-6, chiudendo il torneo senza perdere neppure un set. Il match è stato avvincente, per alcuni aspetti simile al secondo e al terzo set della finale maggiore, con Quinzi costretto a rincorrere e sorpassare Hung così come a Murray ha fatto con Djokovic. Gianluigi è un mancino potente, che ha la necessità di imporre la sua legge fatta di servizi piazzati e di sventagliate. Se appena molla, fatica a contenere le trame dell'avversario. Ma oggi non ha mollato mai. Ora per lui aumenterà la pressione mediatica. Avendolo visto calmo e deciso prima della finale, credo che abbia - magari aiutato dalla lontananza: si allena a Buenos Aires - le qualità per continuare in un percorso che non sarà né facile né breve.
Twitter@claudiogiua
Mail [email protected]
Battaglia cruenta è stata per Novak Djokovic e per il suo staff, accerchiati dal "nemico" sull'erba e sulle tribune della Centre Court. Per Andy Murray, invece, un'entusiasmante cavalcata. Che lo immortala "eroe della Scozia e del Regno Unito", come titolava ieri mattina un giornale.
Il risultato (6-4 7-5 6-4) non deve ingannare. Murray s'è dovuto sudare il trionfo. Nel secondo e nel terzo set il serbo numero 1 al mondo ha avuto la possibilità di distaccare l'avversario, e in entrambi i casi ha dovuto poi subire la rimonta e il sorpasso di Andy, apparso inarrestabile. Il numero 2 ATP ha messo in mostra una consapevolezza dei propri mezzi raggiunta forse tardi rispetto a Nole - sono entrambi nati nel maggio 1987 - ma che da adesso li mette davvero sullo stesso piano.
La sensazione è che Andy "non" potesse non vincere i Championships dopo aver raggiunto qui un quarto di finale, tre semifinali e una finale dal 2008 al 2012; dopo l'oro olimpico conquistato contro Federer su questo stesso campo undici mesi fa; dopo il primo Slam a Flushing Meadows il settembre scorso. Oggi è lui il più forte giocatore sull'erba, così come Rafael Nadal lo è sulla terra e - a mio giudizio - Djokovic sul veloce.
Il cambio di marcia nella carriera di Andy ha un tempo e un nome: 2012, Ivan Lendl. Un anno e mezzo fa, il campione ceco, che in carriera era stato fermato in cinque semifinali e due finali a Wimbledon, s'è preso la responsabilità di trasformare Andy in un potenziale dominatore del ranking. Da allora abbiamo assistito a un esemplare processo di maturazione atletica e psicologica. Che si chiude oggi con il risultato che fa del ragazzo di Dunblane l'atleta britannico forse più importante e ammirato degli ultimi decenni. Solo una vittoria della nazionale di calcio ai Mondiali scatenerebbe altrettanto entusiasmo popolare da Dover dalle bianche scogliere a Inverness con le notti d'estate quasi senza buio. Nelle ultime 48 ore Andy Murray aveva monopolizzato i media che lo hanno esaltato, incoraggiato, implorato di riportare a casa dopo 77 anni un trofeo che è la Union Jack dello sport britannico. Quando il ciclismo era ancora la disciplina che infiammava di passione e d'orgoglio i tifosi italiani, vivemmo in sedicesimo un'odissea analoga con la Milano-Sanremo, che Michele Dancelli vinse in fuga per 70 chilometri nel 1970, dopo 17 anni di cocenti delusioni. Per restare al tennis, l'attesa di un italiano maschio che si prenda uno slam dura ormai da 36 anni, dal Roland Garros di Adriano Panatta. Quanto dovremo attendere ancora?
Forse non tanto. Qualche settimana fa proprio Panatta disse a Vincenzo Martucci della Gazzetta: "Gianluigi Quinzi mi ha impressionato, ha tutti i colpi. Ci palleggiai anni fa a San Benedetto del Tronto durante una manifestazione giovanile. Aveva 9-10 anni, chiamai la mamma e le dissi: fatelo giocare a tennis, che questo gioca davvero bene". E oggi mentre Nole e Andy si scannavano nel primo set, ho ricevuto la mail di un amico. Domanda insidiosa, la sua: fosse cresciuto tennisticamente in Italia anziché in Florida a casa di Bollettieri e poi in giro per il mondo, Gianluigi Quinzi avrebbe la stessa fame di vittoria mostrata poco fa nella vittoriosa finale junior a Wimbledon? Gli ho risposto in modo articolato: no. Non siamo abituati a ritrovare nei nostri giocatori maschi - nelle donne sì - la determinazione del ragazzo marchigiano nato a Cittadella, nel Padovano.
Quinzi ha regolato il sudcoreano Hyeon Chung con il punteggio di 7-5 7-6, chiudendo il torneo senza perdere neppure un set. Il match è stato avvincente, per alcuni aspetti simile al secondo e al terzo set della finale maggiore, con Quinzi costretto a rincorrere e sorpassare Hung così come a Murray ha fatto con Djokovic. Gianluigi è un mancino potente, che ha la necessità di imporre la sua legge fatta di servizi piazzati e di sventagliate. Se appena molla, fatica a contenere le trame dell'avversario. Ma oggi non ha mollato mai. Ora per lui aumenterà la pressione mediatica. Avendolo visto calmo e deciso prima della finale, credo che abbia - magari aiutato dalla lontananza: si allena a Buenos Aires - le qualità per continuare in un percorso che non sarà né facile né breve.
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