Poiché mi piace pensare che gli Slam siano come le mostre cinematografiche di Cannes, Venezia o Berlino che dedicano spazi speciali agli esordienti e alle seconde opere, anche a Flushing Meadows m’immagino talvolta un torneo nel torneo, dedicato ai giocatori che in futuro si sfideranno ai massimi livelli sui campi di ogni continente. Non promesse da coltivare come i junior, dunque, ma campioni già affermati, installati tra i Top 40. Mi limito qui a considerare i Next Gen Boys, i nati cioè nel 1997 o successivamente, escludendo quelli come Coric, Chung, Khachanov e Medvedev che hanno da pochi mesi superato la soglia dei 22 anni. Dunque, Alexander Zverev (ATP 3 nella classifica in tempo reale) non è da tempo una sorpresa, visto che punta a mantenere fino alle ATP Finals londinesi l’attuale podio nel ranking mondiale; Stefanos Tsitsipas (14) ha perso il match di esordio a New York ma sta dimostrando talento e maturità fuori dal comune; Denis Shapovalov (33) deve solo dare continuità al proprio rendimento. Poi ci sono Frances Tiafoe, ATP 38, afroamericano del gennaio 1998, e Alex de Minaur, 39, australiano del febbraio 1999, che il Dio dei main draw mette malignamente a confronto sul campo 7. In palio, oltre al passaggio al terzo turno dello Slam d’America, c’è la salita al posto 37 della classifica, per entrambi la migliore posizione raggiunta in carriera.
Sostenuto da un pubblico rumorosamente di parte, il figlio di immigrati in Maryland dalla Sierra Leone rimette in forse il match che il ragazzo di Sydney credeva d’avere in totale controllo dopo i due set iniziali, dominati per 6-4 6-0. Nel terzo set, disputato mentre il sole cala su Manhattan, si vede tennis di notevole intensità e spettacolarità: entrambi sfruttano il servizio preciso e potente, Tiafoe sfoggia una delicatezza di tocco che è una piacevole sorpresa, De Minaur prova appena può le accelerazioni lungolinea o i cambi di ritmo di rovescio. L’equilibrio si spezza nel dodicesimo gioco, inframmezzato da un paio di scambi da spellarsi le mani: Tiafoe se l’aggiudica, si porta sul 7-5 e costringe l’avversario al quarto set. All’inizio del quale Alex, che di fatto è un prodotto della scuola spagnola (lo allena Adolfo Gutierrez, mentre il suo mentore è l’ex numero 1 Lleyton Hewitt), ottiene il primo dei due break che difenderà fino al 6-2 definitivo: dopo l’exploit di Wimbledon in luglio, per la seconda volta raggiunge il terzo turno di un major. Ma quel che conta è la sensazione del pubblico d’aver visto il miglior tennis degli Us Open 2018.
Un passo indietro. A mezzogiorno e un quarto il termometro segna 96 gradi Fahrenheit, che convertiti in Celsius fanno oltre 35. È a causa di questo caldo che Fabio Fognini - che ha scelto di rispondere nel game di apertura - perde i primi quattro scambi, altrettanti quand'è lui a servire e ancora quattro quando gli tocca di nuovo rispondere? Di sicuro non gli capita spesso di mettere fuori dal rettangolo o di afflosciare sulla rete in cinque minuti dieci palle che in condizioni normali piazzerebbe su righe e angoli. Qualcosa non va.
Gli italiani che affollano le piccole tribune del Campo 5 dell’USTA Billie Jean King National Tennis Center si guardano smarriti. Perfino il giudice di sedia Carlos Ramos è talmente perplesso da non intervenire quando Fabio comincia a prendersela con la racchetta e gli asciugamI: ha arbitrato decine di suoi match e non l’ha mai visto così sfasato “e sfavato”, come dice una ragazza toscana.
Tutti sperano in una momentanea confusione, un black out di breve durata. Tutti meno John Millman, 29 anni, di Brisbane, ATP 55, che incassa incredulo punti su punti - in carriera non ha mai affrontato l’italiano, alla vigilia s’era immaginato una partita diversa - e realizza che per vincere il match gli potrebbe bastare ribattere senza mai forzare. Al resto provvederà Fabio. Il primo quindici per il ligure si materializza dopo nove minuti, quando l’australiano è già avanti 3-0. E soltanto dopo diciotto minuti riesce a infilare quattro vincenti che gli evitano l’onta del cappotto.
La partita di fatto finisce lì, è durata poco più di venti minuti. Il numero 1 azzurro riesce a prendersi il secondo set nonostante le sue condizioni fisiche e nervose appaiano sotto il minimo sindacale. Nel terzo set urla all’indirizzo di Flavia Pennetta, livida: “Non ne ho più voglia” quando Millman lo sopravanza sul 5-4 grazie all'ennesimo break. È talmente sfiduciato da non azzardare più vincenti di rovescio, usa soltanto il back quasi fosse Roberta Vinci. Il quarto set è un calvario più per il pubblico tricolore che per lui, che con la testa sta nello spogliatoio da un pezzo. Gli errori non forzati di Fognini saranno in tutto 78, contro i 34 di Millman, e in questi casi la larga prevalenza nei vincenti (30 contro 13) non conta nulla. Il risultato è umiliante: 6-1 4-6 6-4 6-1 in due ore e 40 minuti. E, a ben vedere, le condizioni ambientali possono essere una concausa del piccolo disastro, nulla di più. Lo ammette l’interessato a fine match: “Faceva caldissimo, ma non solo per me. Non so spiegare le ragioni di una prestazione così deficitaria. Ho fatto tutto io, nel bene e soprattutto nel male”. Bravo Fabio, ché al piccolo Federico bisogna insegnare a non accampare mai scuse.
Twitter @claudiogiua
Sostenuto da un pubblico rumorosamente di parte, il figlio di immigrati in Maryland dalla Sierra Leone rimette in forse il match che il ragazzo di Sydney credeva d’avere in totale controllo dopo i due set iniziali, dominati per 6-4 6-0. Nel terzo set, disputato mentre il sole cala su Manhattan, si vede tennis di notevole intensità e spettacolarità: entrambi sfruttano il servizio preciso e potente, Tiafoe sfoggia una delicatezza di tocco che è una piacevole sorpresa, De Minaur prova appena può le accelerazioni lungolinea o i cambi di ritmo di rovescio. L’equilibrio si spezza nel dodicesimo gioco, inframmezzato da un paio di scambi da spellarsi le mani: Tiafoe se l’aggiudica, si porta sul 7-5 e costringe l’avversario al quarto set. All’inizio del quale Alex, che di fatto è un prodotto della scuola spagnola (lo allena Adolfo Gutierrez, mentre il suo mentore è l’ex numero 1 Lleyton Hewitt), ottiene il primo dei due break che difenderà fino al 6-2 definitivo: dopo l’exploit di Wimbledon in luglio, per la seconda volta raggiunge il terzo turno di un major. Ma quel che conta è la sensazione del pubblico d’aver visto il miglior tennis degli Us Open 2018.
Un passo indietro. A mezzogiorno e un quarto il termometro segna 96 gradi Fahrenheit, che convertiti in Celsius fanno oltre 35. È a causa di questo caldo che Fabio Fognini - che ha scelto di rispondere nel game di apertura - perde i primi quattro scambi, altrettanti quand'è lui a servire e ancora quattro quando gli tocca di nuovo rispondere? Di sicuro non gli capita spesso di mettere fuori dal rettangolo o di afflosciare sulla rete in cinque minuti dieci palle che in condizioni normali piazzerebbe su righe e angoli. Qualcosa non va.
Gli italiani che affollano le piccole tribune del Campo 5 dell’USTA Billie Jean King National Tennis Center si guardano smarriti. Perfino il giudice di sedia Carlos Ramos è talmente perplesso da non intervenire quando Fabio comincia a prendersela con la racchetta e gli asciugamI: ha arbitrato decine di suoi match e non l’ha mai visto così sfasato “e sfavato”, come dice una ragazza toscana.
Tutti sperano in una momentanea confusione, un black out di breve durata. Tutti meno John Millman, 29 anni, di Brisbane, ATP 55, che incassa incredulo punti su punti - in carriera non ha mai affrontato l’italiano, alla vigilia s’era immaginato una partita diversa - e realizza che per vincere il match gli potrebbe bastare ribattere senza mai forzare. Al resto provvederà Fabio. Il primo quindici per il ligure si materializza dopo nove minuti, quando l’australiano è già avanti 3-0. E soltanto dopo diciotto minuti riesce a infilare quattro vincenti che gli evitano l’onta del cappotto.
La partita di fatto finisce lì, è durata poco più di venti minuti. Il numero 1 azzurro riesce a prendersi il secondo set nonostante le sue condizioni fisiche e nervose appaiano sotto il minimo sindacale. Nel terzo set urla all’indirizzo di Flavia Pennetta, livida: “Non ne ho più voglia” quando Millman lo sopravanza sul 5-4 grazie all'ennesimo break. È talmente sfiduciato da non azzardare più vincenti di rovescio, usa soltanto il back quasi fosse Roberta Vinci. Il quarto set è un calvario più per il pubblico tricolore che per lui, che con la testa sta nello spogliatoio da un pezzo. Gli errori non forzati di Fognini saranno in tutto 78, contro i 34 di Millman, e in questi casi la larga prevalenza nei vincenti (30 contro 13) non conta nulla. Il risultato è umiliante: 6-1 4-6 6-4 6-1 in due ore e 40 minuti. E, a ben vedere, le condizioni ambientali possono essere una concausa del piccolo disastro, nulla di più. Lo ammette l’interessato a fine match: “Faceva caldissimo, ma non solo per me. Non so spiegare le ragioni di una prestazione così deficitaria. Ho fatto tutto io, nel bene e soprattutto nel male”. Bravo Fabio, ché al piccolo Federico bisogna insegnare a non accampare mai scuse.
Twitter @claudiogiua