Monday's Net

Un'altra finale nel segno del mito

Fognini e Nadal a fine match (afp)
4 minuti di lettura
Federer contro Nadal anche a Miami. Come a Melbourne due mesi fa, sarà una domenica indimenticabile per chi ha comprato per tempo il biglietto per lo Stadium di Crandon Park: si sentirà dove si fa la storia del tennis. Ma approdare alla finale non è facile per lo svizzero opposto a Nick Kyrgios, australiano d'origine greco-malesi, 22 anni a breve, ormai a ridosso dei Top Ten. Gli servono tutti i game a disposizione in un match al meglio dei tre set (39, che significa passare il turno per 7-6 6-7 7-6) e tre ore e 10 minuti di gioco.
 
Sotto di un break nel primo set, Roger lo recupera all'ultimo tuffo quand'è alla risposta sul 4-5. Poi fa suo Il tie-break, tiratissimo e sempre in forse, con set point sprecati da entrambi fino all'11-9 finale. Stesso plot ma senza break per il secondo set nell'afosa notte dell'impianto un po' cadente affacciato sull'Atlantico. Capitalizzando il servizio, i due procedono di conserva fino al 6 pari. Nick, al quale finora in carriera è mancato qualcosa in termini di continuità, sembra maturo per il salto di qualità, che non consente pause. Nuovo tie-break. Nel quale non fa la differenza il divario di qualità e di strategia, perché il ragazzo di Canberra è superiore con il servizio, oggi il più potente in circolazione, ma è meno efficace negli altri fondamentali. È ancora 11 a 9, stavolta a sfavore dell'ex numero 1.
 
Calato il vento, il terzo set si sviluppa come il precedente, senza break né palle break. Nel tie Kyrgios sembra prendere il largo ma Federer lo raggiunge sul due volte, annulla un match point, trasforma la propria occasione di chiudere la faccenda (7-5). Per la trentasettesima volta Federer-Nadal si troveranno di fronte in una finale.
 
Il Masters 1000 alle ultime battute a Key Biscayne è una macchina del tempo. Vedi il futuro con Kyrgios, torni al passato con Nadal e Federer che riportano i Fab Four a dominare il circuito. Corsi e ricorsi. Tutto comincia l'8 settembre 2008: sono le 17, Roger Federer s'appresta a impartire una lezione di sapienza tennistica ad Andy Murray, lo scozzese potente e arrogante che ha compiuto 21 anni quattro mesi prima. L'Arthur Ashe Stadium di Flushing Meadows è ricolmo, il pubblico - che ama Roger persino più del beniamino di casa Andy Roddick - gli chiede rumorosamente di prendersi per la quinta volta consecutiva lo Slam americano così da dare un senso a una stagione sottotono, segnata dall'arrembante Nadal, 22 anni, che ha da poco conquistato la testa del ranking mondiale ma è stato piallato in semifinale da Murray. Scott Murray (nessuna parentela) del Guardian liquida in poche fulminanti battute la finale: "Tutto troppo facile per Federer. C'è presto la sensazione diffusa che per Murray non ci siano speranze. Urla qualcosa al cielo, litiga con i giudici di linea, ciondola sul campo con la testa appesa come fa Homer Simpson ogni volta che Mr. Burns dimentica il suo nome". Lo svizzero, invece, "sembra indistruttibile. Serve alla grande, manda Murray ad autoaffondarsi qua e là, ogni volta più lontano, prima di fiondare palle ridicolmente precise negli angoli". Il trionfo arriva con un inequivocabile 6-2 7-5 6-2 dopo un'ora e 51 minuti di esibizione rossocrociata. Il giorno dopo viene ufficializzata la nuova classifica mondiale: primo Nadal, secondo Federer, terzo Djokovic (agli UsOpen eliminato in semifinale da Roger in quattro set), quarto Murray. 
 
Prende forma e sostanza lì, sotto il sole settembrino del Queens, l'oligarchia dei Fab Four che negli anni a seguire deve raramente e brevemente lasciare un posto a un quinto incomodo, di volta in volta impersonato da David Ferrer, Jo-Wilfried Tsonga, Tomas Berdych, Milos Raonic, soprattutto da Del Potro e Stan Wawrinka.
 
Negli ultimi mesi gli acciacchi di Nadal e di Federer sono sembrati sconvolgere quel perfetto equilibrio di potere. Invece no. Finito il Masters di Miami, i primi dell'ATP saranno, nell'ordine, Murray, Djokovic, Wawrinka, Nadal e Federer. Gli ultimi due potrebbero scambiarsi i posti, a seconda di chi vincerà il torneo. Di nuovo i Fab Four +1, com'è giusto: otto anni e mezzo dopo le semifinali e la finale di New York che suggellarono la loro era, si ricomincia con Roger che conta ormai 35 anni e sei mesi, Stan che ne ha 32, Nadal 30 e otto mesi, Novak e Andy 29 e otto mesi.  
 
In attesa di diventare padre, per qualche giorno anche Fabio Fognini trova la sua casa tennistica a Miami 2017. Ma la deve chiudere in anticipo e tornare da Flavia Pennetta. Nei primi quattro turni e anche nella semifinale del pomeriggio contro Rafael Nadal il ligure mostra una maturità da mettere in relazione con quanto gli sta accadendo fuori dal campo e con le cure del coach assunto quattro mesi fa, l'argentino Franco Davin già al fianco di Juan Martin Del Potro all'epoca della sua vittoria agli UsOpen 2009. Al penultimo atto non gli riesce però di emulare le imprese della moglie sul cemento di Indian Wells nel 2014 e di Flushing Meadows nel 2015. All'inizio è troppo determinato e motivato lo spagnolo, a lungo incapace di trovare le contromosse l'azzurro. Il primo seta una porta (6-1) dura 25 minuti. Il secondo set (6-4) è tutta un'altra storia. Al servizio lo spagnolo mantiene con sicurezza la guida del gioco ma quand'è alla risposta deve vieppiù subire le invenzioni di Fognini, le cui esplosioni di classe di dritto e di drop shot s'infittiscono. Non basta. La sfortuna più che gli errori costano un break a favore di Nadal sul 5 pari. Finisce 7-5 dopo un'ora e 5 minuti.
 
Il risultato della seconda semifinale di Fabio in un Masters 1000 (s'era avventurato tanto in là quattro anni fa sulla terra rossa di Monte Carlo, dove fu fermato da Novak Djokovic) e della quarantanovesima di Rafa porta a otto le vittorie dell'ex numero 1 al mondo contro le tre del numero 1 d'Italia. Tuttavia, Miami restituisce a Corrado Barazzutti un giocatore più che competitivo in vista del quarto di finale di Coppa Davis a Charleroi contro il Belgio di David Goffin, il prossimo weekend. Fognini, che è del maggio 1987 come Djokovic e Murray, può sperare - come loro - di restare ad alti livelli per almeno altri quattro-cinque stagioni, mentre il movimento tennistico italiano attende la crescita di talenti come Matteo Berrettini, che compirà a breve 21 anni e una settimana fa ha perso la finale degli Open di Quanzhou, in Cina, dov'era opposto a Thomas Fabbiano. Matteo è ora numero 15 d'Italia e 261 del mondo, è numero 31 degli under 21 e 19 del ranking Race to Milan che tiene conto dei migliori risultati da gennaio e produrrà l'elenco dei finalisti del supertorneo Next Gen d'autunno nel capoluogo lombardo. Il romano cresciuto sui campi del Circolo Magistrati della Corte dei Conti e maturato alla Canottieri Aniene sta confermando  l'ottima impressione data prima dell'infortunio che l'anno scorso l'ha tenuto a lungo lontano dai campi di gioco. Le sue armi migliori sono il servizio e il diritto. In più, dispone di una qualità che può fare la differenza: sa come gestire la tensione di un match. Non è improbabile che a breve entri nel giro nella nazionale e che ottenga la wild card a disposizione degli organizzatori della Next Gen.
Twitter@claudiogiua