Va bene che Fabio Fognini abbia ceduto in quattro set (4-6 6-7 6-3 0-6) a Stefano Travaglia, un ragazzo da premiare subito con un posto nella squadra azzurra di Davis. Va bene che l'australiano Nick Kyrgios sia stato altrettanto deludente (3-6 6-1 4-6 1-6) contro un connazionale, John Millman, piazzato oltre quota 200 nel ranking mondiale. Va bene che Thomas Fabbiano raggiunga un inatteso terzo turno a New York battendo il giovane australiano Jordan Thomson. Va bene che un commovente Andreas Seppi non abbia alzato le braccia in segno di resa quando Roberto Bautista Agut, lo spagnolo continentale più in forma della stagione (Nadal è maiorchino, dunque insulare), s'è preso di forza il primo set, rincorrendolo fino al tie break del quarto set (è finita 6-2 4-6 6-2 7-6). Va bene che Paolo Lorenzi riesca un'altra volta ad avanzare in tabellone in uno Slam fermando Gilles Muller, il lussemburghese che in luglio a Wimbledon s'era spinto fino ai quarti eliminando Rafa Nadal. Va bene che il canadesino Dennis Shapovalov si liberi con autorevolezza, in tre set!, di Jo-Wilfried Tsonga. Va bene che nello scontro tra i due più maturi e attrezzati Under 21 del mondo a spuntarla sia il croato Borna Coric, che rimanda anzitempo Sascha Zverev ad Amburgo.
Va bene tutto: sono parecchi gli eventi della terza lunghissima giornata degli Us Open che meriterebbero un approfondimento. Invece mi piace cominciare Monday's Net con un bonario avviso a quanti vestono di nero e marrone "perché sfilano" ma, se sono i colori della pelle di qualcuno, reagiscono come il toro con la muleta. Informo dunque i Salvini, i Di Maio e i tanti altri, anche a sinistra, convinti che l'appartenenza a un popolo si determini geneticamente, che tra i più promettenti tennisti americani, australiani, perfino giapponesi della nuova generazione abbondano i figli di immigrati sfuggiti alla fame e alle guerre. Mi limito ad alcuni in tabellone a Flushing Meadows. I genitori di Frances Tiafoe, concreta speranza a stelle e strisce che l'altra sera ha messo in seria difficoltà Roger Federer, sono approdati in Maryland dalla Sierra Leone devastata da banditi e carestie, dove il reddito pro-capite è tra i più bassi del mondo. Naomi Osaka, che ha eliminato la campionessa uscente Angelique Kerber, è nata in Giappone da madre locale e padre capitato lì da Haiti, il buco nero dei Caraibi. Ernesto Escobedo è un californiano figlio d'immigrati messicani: il padre, tennista professionista mancato, per mantenere la famiglia ha fatto per anni consegne per la United Parcel Service. La madre dello stesso Kyrgios è un'immigrata malese, seppure di famiglia nobile: ma il padre è un imbianchino greco emigrato a Canberra. Una volta aperto il capitolo dei vituperati "migranti economici", quasi che fuggire dalla povertà sia da sanzionare, si fatica a tenere il conto dei campioni emergenti provenienti da famiglie espatriate dal Montenegro, dalla Russia, dalla Cina per cercare di fortuna altrove: la necessità è un propellente del cambiamento, lo sport un ascensore sociale che può funzionare.
Veniamo al derby Travaglia-Fognini. In poche battute: Stefano, 25 anni, ha fondamentali sempre più solidi ed efficaci a cominciare dal servizio, è umile e vuole crescere; Fabio, la cui tecnica è fuori discussione, è arrogante e irritante come di frequente gli accade, e soprattuto è convinto di essere già cresciuto abbastanza. Nel quarto set la plateale rinuncia a mettersi in gioco e le serie di contestazioni, improperi, monologhi, racchettate meriterebbero una salata decurtazione dell'ingaggio da parte di ATP e USTA. Alla propria decima apparizione allo Slam newyorkese, il ligure ripropone infatti le sceneggiate che di solito riserva ad avversari sconosciuti, mentre dell'ascolano, alla seconda partecipazione in un major dopo l'eccellente torneo di qualificazione, sa ogni qualità e difetto. Non farò l'errore di dire che un talento come Fognini "vince e perde le partite da solo" (l'ho sentito ripetere da un gruppo di amici anche stavolta): il merito va oggi attribuito tutto a Travaglia, che alla battaglia sul campo 11, durata due ore e mezzo, ha riservato giustamente le proprie carte migliori. Perché da ufficioso numero 119 al mondo, best ranking personale, la sua carriera potrebbe finalmente prendere il volo. Non è detto che, nel secondo turno contro Viktor Troicky, parta battuto.
Gli altri italiani sugli scudi sono Fabbiano, che a 28 anni ottiene il miglior risultato in carriera approdando al terzo turno di uno Slam, e il solito Lorenzi. L'ostacolo del pugliese di Grottaglie era tutt'altro che facile da superare (Thomas è 73 del ranking ATP, Thomas è 82), come il risultato mostra: 2-6 6-2 3-6 6-4 6-2. Ancora più convincente il senese, al quale bastano quattro set per liberarsi di Gilles Muller: 6-7 6-3 7-6 6-3. Non avendo visto i match, devo limitarmi per ora alle statistiche, che ci consegnano i ritratti di due italiani in ottima forma.
La grande sorpresa di giornata è tuttavia l'uscita di scena di Zverev Jr., 20 anni e 4 mesi, che dopo i trionfi di Roma e Montreal veniva dato tra i possibili vincitori a New York. A fermare la sua corsa è Borna Coric, di cinque mesi più anziano. In una partita durissima, il croato riesce a volgere a proprio favore i passaggi decisivi dopo aver nettamente ceduto nel primo set: 3-6 7-5 7-6 7-6. La chiave è stata la maggiore efficacia sotto rete del numero 3 del ranking Race to Milan. Per il resto, parità quasi assoluta tra due protagonisti del circuito dei prossimi anni.
Va bene tutto: sono parecchi gli eventi della terza lunghissima giornata degli Us Open che meriterebbero un approfondimento. Invece mi piace cominciare Monday's Net con un bonario avviso a quanti vestono di nero e marrone "perché sfilano" ma, se sono i colori della pelle di qualcuno, reagiscono come il toro con la muleta. Informo dunque i Salvini, i Di Maio e i tanti altri, anche a sinistra, convinti che l'appartenenza a un popolo si determini geneticamente, che tra i più promettenti tennisti americani, australiani, perfino giapponesi della nuova generazione abbondano i figli di immigrati sfuggiti alla fame e alle guerre. Mi limito ad alcuni in tabellone a Flushing Meadows. I genitori di Frances Tiafoe, concreta speranza a stelle e strisce che l'altra sera ha messo in seria difficoltà Roger Federer, sono approdati in Maryland dalla Sierra Leone devastata da banditi e carestie, dove il reddito pro-capite è tra i più bassi del mondo. Naomi Osaka, che ha eliminato la campionessa uscente Angelique Kerber, è nata in Giappone da madre locale e padre capitato lì da Haiti, il buco nero dei Caraibi. Ernesto Escobedo è un californiano figlio d'immigrati messicani: il padre, tennista professionista mancato, per mantenere la famiglia ha fatto per anni consegne per la United Parcel Service. La madre dello stesso Kyrgios è un'immigrata malese, seppure di famiglia nobile: ma il padre è un imbianchino greco emigrato a Canberra. Una volta aperto il capitolo dei vituperati "migranti economici", quasi che fuggire dalla povertà sia da sanzionare, si fatica a tenere il conto dei campioni emergenti provenienti da famiglie espatriate dal Montenegro, dalla Russia, dalla Cina per cercare di fortuna altrove: la necessità è un propellente del cambiamento, lo sport un ascensore sociale che può funzionare.
Veniamo al derby Travaglia-Fognini. In poche battute: Stefano, 25 anni, ha fondamentali sempre più solidi ed efficaci a cominciare dal servizio, è umile e vuole crescere; Fabio, la cui tecnica è fuori discussione, è arrogante e irritante come di frequente gli accade, e soprattuto è convinto di essere già cresciuto abbastanza. Nel quarto set la plateale rinuncia a mettersi in gioco e le serie di contestazioni, improperi, monologhi, racchettate meriterebbero una salata decurtazione dell'ingaggio da parte di ATP e USTA. Alla propria decima apparizione allo Slam newyorkese, il ligure ripropone infatti le sceneggiate che di solito riserva ad avversari sconosciuti, mentre dell'ascolano, alla seconda partecipazione in un major dopo l'eccellente torneo di qualificazione, sa ogni qualità e difetto. Non farò l'errore di dire che un talento come Fognini "vince e perde le partite da solo" (l'ho sentito ripetere da un gruppo di amici anche stavolta): il merito va oggi attribuito tutto a Travaglia, che alla battaglia sul campo 11, durata due ore e mezzo, ha riservato giustamente le proprie carte migliori. Perché da ufficioso numero 119 al mondo, best ranking personale, la sua carriera potrebbe finalmente prendere il volo. Non è detto che, nel secondo turno contro Viktor Troicky, parta battuto.
Gli altri italiani sugli scudi sono Fabbiano, che a 28 anni ottiene il miglior risultato in carriera approdando al terzo turno di uno Slam, e il solito Lorenzi. L'ostacolo del pugliese di Grottaglie era tutt'altro che facile da superare (Thomas è 73 del ranking ATP, Thomas è 82), come il risultato mostra: 2-6 6-2 3-6 6-4 6-2. Ancora più convincente il senese, al quale bastano quattro set per liberarsi di Gilles Muller: 6-7 6-3 7-6 6-3. Non avendo visto i match, devo limitarmi per ora alle statistiche, che ci consegnano i ritratti di due italiani in ottima forma.
La grande sorpresa di giornata è tuttavia l'uscita di scena di Zverev Jr., 20 anni e 4 mesi, che dopo i trionfi di Roma e Montreal veniva dato tra i possibili vincitori a New York. A fermare la sua corsa è Borna Coric, di cinque mesi più anziano. In una partita durissima, il croato riesce a volgere a proprio favore i passaggi decisivi dopo aver nettamente ceduto nel primo set: 3-6 7-5 7-6 7-6. La chiave è stata la maggiore efficacia sotto rete del numero 3 del ranking Race to Milan. Per il resto, parità quasi assoluta tra due protagonisti del circuito dei prossimi anni.