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Gli esuli di Madre Russia

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Di nuovo cinque set per aver ragione dell'avversario, ancora i dolori alla schiena che riducono l'efficacia del servizio e alterano la precisione del diritto e dei dropshot. Roger Federer avanza agli Us Open ma dà l'impressione di non poter andare tanto oltre il terzo turno (che lo vedrà impegnato sabato contro Feliciano Lopez, un classe 1981 come lui) a meno che il suo staff medico non trovi una soluzione. L'avversario del trionfatore di Melbourne in gennaio e di Wimbledon in luglio è stato il veterano russo Mikhail Youzhny, 35 anni, uno che ha visto di persona le parate militari sovietiche sulla Piazza Rossa e che, alla fine dei match vittoriosi, saluta portando la mano destra, di taglio, alla fronte. Partita segnata dai malanni muscolari: quelli dello svizzero che l'hanno condizionato nel secondo e terzo set, dopo aver dominato il primo, e quelli del moscovita, che nel quarto e quinto set s'è spento poco per volta a causa di un infortunio alla gamba. Il risultato finale, 6-1 6-7 4-6 6-4 6-2, è esplicito come le diagnosi dei medici personali di Roger e Mikhail, che però possiamo solo immaginare. 

Nel giorno della chiusura del consolato generale russo di San Francisco come risposta alla cacciata di settecento diplomatici americani da Mosca in luglio, per due ore Youzhny ha seriamente pensato di potersi patriotticamente vendicare almeno con gli americani dell'Arthur Ashe Stadium, schierati come un solo uomo con Federer. Quasi a dire: vedete di che pasta siamo fatti noi russi. Ci fosse riuscito, sarebbe stata l'impresa della vita, considerando che l'attuale numero 101 ATP aveva perso tutti i sedici precedenti match con lo svizzero. Ma i suoi compatrioti sugli scudi sono altri, qui a New York, quest'anno.

Il 20 ottobre 1917 a Pietrogrado il partito bolscevico guidato da Vladimir Lenin e Lev Trockij stava per dare la spallata al governo presieduto da Aleksandr Kerensky. Con quel passaggio, la rivoluzione politica e sociale più radicale dopo gli eventi francesi del 1789 si sentì pronta a trasformarsi in regime, come da lì a poco avvenne. Da allora, per almeno sei decenni l'obiettivo dichiarato degli eredi dei primi comunisti giunti al potere sarebbe stato dominare il mondo. Esattamente un secolo più tardi, il 20 ottobre prossimo, uno scarnificato ragazzo di Mosca, Andrey Rublev, compirà vent'anni e si candiderà a dominare il mondo del tennis dei prossimi lustri insieme ai coetanei Alexander Zverev, tedesco, e Denis Shapovalov, canadese, entrambi di genitori russi. Al loro fianco potrebbe marciare un altro moscovita, Karen Khachanov, che però a New York è uscito subito di scena. Fallita la dittatura globale del proletariato guidata dall'Unione Sovietica, forse si realizzerà quella dei giovani tennisti fuoriusciti da Madre Russia. Rublev, infatti, si allena da oltre un anno con Fernando Vicente, buon giocatore degli anni Novanta, poi coach di Marcel Granollers e fondatore della 4 Slam Tennis Academy a Barcellona con Galo Blanco, a propria volta allenatore in loco di Khachanov. C'è Vicente dietro la recente maturazione del russo, che nel secondo turno degli Us Open ha eliminato in tre set (7-5 7-6 6-3) il bulgaro Grigor Dimitrov, testa di serie numero 7 del torneo e vincitore dell'ultimo Masters 1000 a Cincinnati. Così Fernando definisce Andrey: "È aggressivo e offensivo, sempre. Ha enormi capacità di concentrazione, riesce a costruire il punto con determinazione e intelligenza". Come ha fatto ieri, approfittando della nota difficoltà dell'ex boyfriend di Maria Sharapova a mantenere livelli costanti di prestazione. E come ha scoperto di persona Paolo Lorenzi, che a Rublev ha lasciato in luglio la finale dell'ATP di Umago.

Sono sempre di più i ragazzi nati nell'ultimo scorcio del secondo millennio (dal 1996, direi) a dare un senso agli Us Open 2017. Assenti o già eliminati alcuni degli assi acchiappatutto (Murray, Djokovic, Wawrinka) e dei comprimari (Dimitrov, Nishikori, Tsonga, Berdych) è il loro percorso a Flushing Meadows ad attirare l'attenzione di pubblico e media. Soltanto i "sopravvissuti" Federer e Rafa Nadal competono con loro in quanto a interviste e selfie con i fan. È uno scontro generazionale che si traduci in un vantaggio per l'intero movimento tennistico. 

Nemmeno lo spagnolo numero 1 al mondo, che ha giocato in chiusura di giornata sul campo principale, ha avuto vita facile nel passaggio di turno. Il giapponese Taro Daniel, nato a New New nel 1993 e residente a Valencia, numero 121 della classifica ATP, è riuscito a prendersi il primo set grazie all'ottimo rendimento del servizio e al bassissimo tasso d'erore. Ritrovati ritmo e misura, Rafa ha portato a casa il risultato (4-6 6-3 6-2 6-2) dopo quasi tre ore. Il suo prossimo avversario sarà l'argentino Leonardo Mayer, coriaceo trentenne.