Ellen DeGeneres, forse la più amata comedian americana, ebbe a dire che "la vita è una faccenda di equilibrio. Il bene e il male, gli alti e i bassi, la piña e la colada". Dopo due set tiratissimi (7-6 3-6), l'interminabile terzo game della terza frazione della finale femminile di Melbourne è apparso il momento in cui si spezzava l'equilibrio tra lo sforzo di Caroline Wozniacki d'involarsi e la disperazione di Simona Halep di veder sfumare per la terza volta l'occasione di alzare la coppa di uno Slam. Dopo 18 scambi la romena ha recuperato il break appena subito, per incassarne poi un altro, peraltro subito imitata dalla danese. E via di questo passo. Al sesto break del set ho pensato che nella Road Laver Arena il caldo e e l'umidità stessero facendo l'effetto del troppo rum nella piña colada (ananas pressato, in spagnolo). E lì m'è tornata in mente Ellen DeGeneres.
Sfinita, Caroline s'è ripresa con difficoltà dallo shock provocato dal passaggio dalla possibilità di andare 3-0 alla constatazione, dieci minuti più tardi, di dover ripartire sul 3 pari. Altrettanto sfinita, Halep non ha saputo approfittare del momentaneo appannamento nervoso dell'avversaria. Alla risposta, avanti 5-4, la danese ha invece saputo sfruttare, grazie a una difesa straordinaria, il suo primo match point, chiudendo sul 6-4 dopo due ore e 49 minuti di battaglia vera.
Quella degli Australian Open 2018 è stata la finale più appassionata e appassionante degli ultimi anni, grazie a due atlete che onorano il tennis con la passione e la dedizione. Caroline e Simona, pur scambiandosi i posti, consolidano la nuova diarchia WTA, distanziando Svitolina, Muguruza, Pliskova, Ostapenko e le altre. Eppure, poiché tutto è relativo, si può dire che non abbiano avuto vite in discesa le ragazze che si sono contese oggi il primo successo personale in uno Slam, il premio di 2,6 milioni di euro (il doppio di quanto andrà alla sconfitta) e la leadership nel ranking WTA. A seguito di alcuni eccezionali risultati - tra cui il titolo nelle Finals WTA 2010 sconfiggendo Kim Clijsters, dalla quale era stata battuta nel 2009 in finale a Flushing Meadows - e di fortunose coincidenze Caroline era arrivata per la prima volta in cima alla classifica mondiale quand'aveva vent'anni, nell'ottobre 2010, e c'era rimasta per quindici mesi costellati di molti piazzamenti, un pugno di vittorie in tornei di seconda e terza fascia ma nessuno Slam. Scesa precipitosamente nel ranking, era stata protagonista del paparazzato fidanzamento con la superstar irlandese del golf Rory McIlroy, che l'aveva lasciata via sms alla vigilia del matrimonio. Sprecata una seconda chance di far suo uno Slam nel 2014 a New York, dove la sua grande amica Serena Williams le aveva lasciato le briciole, per un paio d'anni anni s'era tenuta a galla con le vittorie e le finali in un pugno di tornei WTA minori, seppure ricchi come Tokio, Hong Kong e Doha. Tornata alle dirette cure del padre Piotr come coach, nel 2017 Caroline è tornata a rivaleggiare con le più forti del circuito, pur non superando del tutto la difficoltà a mantenere fino all'ultimo la tensione necessaria a essere una vincente: otto finali in stagione ma due soli trofei, tra i quali quello delle WTA Finals di Singapore.
Anche Simona ha lottato e continua a lottare per non essere considerata una perdente di successo nonostante sia tra le Top Ten ininterrottamente dal 2014. Ha molto sofferto: nel 2009 si è sottoposta a un doloroso intervento chirurgico per ridurre il seno. Disse allora: "M'impediva di muovermi come volevo". Sapeva e sa, Simona, che per i media e il grande pubblico contano poco le vittorie a Indian Wells, Madrid, Montreal, Dubai: conta, nel loro giudizio, che per due volte la piccola romena abbia raggiunto la finale di Parigi, nel 2014 e nel 2017, e in entrambe sia stata malamente respinta, la prima da Maria Sharapova (e passi..), la seconda da Jelena Ostapenko (ventenne lettone allora quasi sconosciuta). Conterà il giusto persino aver tenuto la testa del ranking WTA dall'ottobre scorso a oggi. Perché solo intitolarsi uno Slam consacra i campioni e le campionesse. Ci proverà di nuovo, a cominciare dal suo torneo preferito, in giugno a Parigi.
Sfinita, Caroline s'è ripresa con difficoltà dallo shock provocato dal passaggio dalla possibilità di andare 3-0 alla constatazione, dieci minuti più tardi, di dover ripartire sul 3 pari. Altrettanto sfinita, Halep non ha saputo approfittare del momentaneo appannamento nervoso dell'avversaria. Alla risposta, avanti 5-4, la danese ha invece saputo sfruttare, grazie a una difesa straordinaria, il suo primo match point, chiudendo sul 6-4 dopo due ore e 49 minuti di battaglia vera.
Quella degli Australian Open 2018 è stata la finale più appassionata e appassionante degli ultimi anni, grazie a due atlete che onorano il tennis con la passione e la dedizione. Caroline e Simona, pur scambiandosi i posti, consolidano la nuova diarchia WTA, distanziando Svitolina, Muguruza, Pliskova, Ostapenko e le altre. Eppure, poiché tutto è relativo, si può dire che non abbiano avuto vite in discesa le ragazze che si sono contese oggi il primo successo personale in uno Slam, il premio di 2,6 milioni di euro (il doppio di quanto andrà alla sconfitta) e la leadership nel ranking WTA. A seguito di alcuni eccezionali risultati - tra cui il titolo nelle Finals WTA 2010 sconfiggendo Kim Clijsters, dalla quale era stata battuta nel 2009 in finale a Flushing Meadows - e di fortunose coincidenze Caroline era arrivata per la prima volta in cima alla classifica mondiale quand'aveva vent'anni, nell'ottobre 2010, e c'era rimasta per quindici mesi costellati di molti piazzamenti, un pugno di vittorie in tornei di seconda e terza fascia ma nessuno Slam. Scesa precipitosamente nel ranking, era stata protagonista del paparazzato fidanzamento con la superstar irlandese del golf Rory McIlroy, che l'aveva lasciata via sms alla vigilia del matrimonio. Sprecata una seconda chance di far suo uno Slam nel 2014 a New York, dove la sua grande amica Serena Williams le aveva lasciato le briciole, per un paio d'anni anni s'era tenuta a galla con le vittorie e le finali in un pugno di tornei WTA minori, seppure ricchi come Tokio, Hong Kong e Doha. Tornata alle dirette cure del padre Piotr come coach, nel 2017 Caroline è tornata a rivaleggiare con le più forti del circuito, pur non superando del tutto la difficoltà a mantenere fino all'ultimo la tensione necessaria a essere una vincente: otto finali in stagione ma due soli trofei, tra i quali quello delle WTA Finals di Singapore.
Anche Simona ha lottato e continua a lottare per non essere considerata una perdente di successo nonostante sia tra le Top Ten ininterrottamente dal 2014. Ha molto sofferto: nel 2009 si è sottoposta a un doloroso intervento chirurgico per ridurre il seno. Disse allora: "M'impediva di muovermi come volevo". Sapeva e sa, Simona, che per i media e il grande pubblico contano poco le vittorie a Indian Wells, Madrid, Montreal, Dubai: conta, nel loro giudizio, che per due volte la piccola romena abbia raggiunto la finale di Parigi, nel 2014 e nel 2017, e in entrambe sia stata malamente respinta, la prima da Maria Sharapova (e passi..), la seconda da Jelena Ostapenko (ventenne lettone allora quasi sconosciuta). Conterà il giusto persino aver tenuto la testa del ranking WTA dall'ottobre scorso a oggi. Perché solo intitolarsi uno Slam consacra i campioni e le campionesse. Ci proverà di nuovo, a cominciare dal suo torneo preferito, in giugno a Parigi.