Cosa si può scrivere di una semifinale di Slam durata 62 minuti, il tempo di 14 game e un solo set regolarmente concluso (6-1 5-2)? Bisogna limitarsi alle sensazioni, perché i dati tecnici e comportamentali a disposizione sono scarsi. Prendiamo atto che a 36 anni e 5 mesi d'età Roger Federer disputerà la sua trentesima finale di major dopo aver battuto Hyeon Chung, di 16 anni più giovane, per lancio della spugna a causa di una vescica al piede. Questa evidenza - la limitata capacità di gestire il dolore - è il primo segnale di fragilità di un giocatore che negli ultimi mesi, a partire dalle trionfali Next Gen Finals di novembre a Milano, aveva fatto sfoggio di tecnica, risorse atletiche, resistenza alla pressione e personalità rarissime nel circuito. Il suo percorso a Melbourne era stato impressionante per la qualità degli avversari via via eliminati: Mischa Zverev, Daniil Medvedev, Sascha Zverev, Novak Djokovic, Tennys Sandgren. Solo il più noto e forte dei fratelli tedeschi era riuscito a sottrargli due set.
Oggi, invece, Chung non ha trovato il modo, nemmeno nei primi game, di mettere in difficoltà Federer, determinato a non lasciare spazi al gioco violento da fondo campo del coreano. Interpretando al meglio le lezioni dei suoi due ultimi coach, Stefan Edberg e Ivan Ljubicic, lo svizzero ha costantemente anticipato l'impatto con la palla, impedendo a Chung di organizzare la propria rete di incrociati e lungolinea sostenuti dalla capacità di raggiungere qualsiasi angolo della propria metà di campo.
Nel corso del primo set il nuovo numero 29 ATP non ha dato l'impressione di soffrire problemi fisici. Che invece si sono evidenziati nella seconda frazione, fino alla richiesta del time out medico e, poco dopo, al ritiro. Com'è naturale, il pubblico della Rod Laver Arena, in versione indoor per la pioggia, non ha gradito, nonostante la presenza sugli spalti di una folta claque coreana. Anche Roger, con la cortesia verbale che è suo tratto caratteristico, ha poi rimarcato che "non mi piace vincere così".
A dirla tutta, la brevità dei match è un obiettivo da anni perseguito dallo staff di Federer, la cui prolungata permanenza nei tabelloni degli Slam dipende dal tasso di fatica, che alla sua età si misura in termini di set, game e tempo. In questi Australian Open il numero 2 ATP non è mai andato oltre il terzo set e in solo tre occasioni - al secondo turno con Jan-Lennard Struff, negli ottavi di finale con Márton Fucsovics e nei quarti con Tomas Berdych - ha dovuto disputare altrettanti tie break, peraltro sempre dominati. L'allenamento leggero di oggi gli consente di arrivare senza eccessivo carico muscolare alla finale che lo vedrà affrontare di nuovo Marin Cilic, sconfitto a Wimbledon in luglio (anche allora, determinanti furono le vesciche). Il croato, in forma quanto l'estate scorsa, domenica avrà goduto di almeno settanta ore di riposo, fin troppe per recuperare la limitata fatica della semifinale di ieri con Kyle Edmund. Il pubblico del campo principale del Melbourne Park e quello televisivo globale avranno di che divertirsi.
Intanto, sul volo diretto a Roma, Elisabetta Cocciaretto pensi a cos'ha fatto Chung in carriera dopo aver perso al tie break la finale di Wimbledon junior 2013 e ne prenda ispirazione, se ci riesce. La ragazza di Fermo, 17 anni compiuti due giorni fa, ha lasciato per un unico punto (5-7) al tie break del terzo set il match che le avrebbe consentito di giocare la finale del torneo junior di Melbourne. Pensi anche, se ci riesce, che una sconfitta così (6-4 3-6 6-7 contro la testa di serie numero 2 del torneo, la cinese di Taiwan En Liang) può essere colpa di un riflesso negli occhi, di un pensiero che disturba o di un ritardo di reazione su una palla che rimbalza male. Un nonnulla. E non ripensi ai due match point sprecati (uno per un doppio fallo), né alla possibilità non sfruttata di mettere al sicuro il risultato quand'era avanti 3-1 nel secondo set.
Elisabetta, che si allena a Tirrenia con la Fit, è una piccola luce nel buio attuale del tennis femminile azzurro. Il carattere positivo e la voglia di fare strada dimostrati in questi AusOpen, già noti a quanti ne stanno seguendo la crescita tecnica e mentale, non possono che far ben sperare. È importante tuttavia che non senta alcuna pressione, contrariamente a quanto accadde al suo corregionale Gianluigi Quinzi dopo la finale vinta agli Championships londinesi: quella contro Chung, guarda il caso.
Oggi, invece, Chung non ha trovato il modo, nemmeno nei primi game, di mettere in difficoltà Federer, determinato a non lasciare spazi al gioco violento da fondo campo del coreano. Interpretando al meglio le lezioni dei suoi due ultimi coach, Stefan Edberg e Ivan Ljubicic, lo svizzero ha costantemente anticipato l'impatto con la palla, impedendo a Chung di organizzare la propria rete di incrociati e lungolinea sostenuti dalla capacità di raggiungere qualsiasi angolo della propria metà di campo.
Nel corso del primo set il nuovo numero 29 ATP non ha dato l'impressione di soffrire problemi fisici. Che invece si sono evidenziati nella seconda frazione, fino alla richiesta del time out medico e, poco dopo, al ritiro. Com'è naturale, il pubblico della Rod Laver Arena, in versione indoor per la pioggia, non ha gradito, nonostante la presenza sugli spalti di una folta claque coreana. Anche Roger, con la cortesia verbale che è suo tratto caratteristico, ha poi rimarcato che "non mi piace vincere così".
A dirla tutta, la brevità dei match è un obiettivo da anni perseguito dallo staff di Federer, la cui prolungata permanenza nei tabelloni degli Slam dipende dal tasso di fatica, che alla sua età si misura in termini di set, game e tempo. In questi Australian Open il numero 2 ATP non è mai andato oltre il terzo set e in solo tre occasioni - al secondo turno con Jan-Lennard Struff, negli ottavi di finale con Márton Fucsovics e nei quarti con Tomas Berdych - ha dovuto disputare altrettanti tie break, peraltro sempre dominati. L'allenamento leggero di oggi gli consente di arrivare senza eccessivo carico muscolare alla finale che lo vedrà affrontare di nuovo Marin Cilic, sconfitto a Wimbledon in luglio (anche allora, determinanti furono le vesciche). Il croato, in forma quanto l'estate scorsa, domenica avrà goduto di almeno settanta ore di riposo, fin troppe per recuperare la limitata fatica della semifinale di ieri con Kyle Edmund. Il pubblico del campo principale del Melbourne Park e quello televisivo globale avranno di che divertirsi.
Intanto, sul volo diretto a Roma, Elisabetta Cocciaretto pensi a cos'ha fatto Chung in carriera dopo aver perso al tie break la finale di Wimbledon junior 2013 e ne prenda ispirazione, se ci riesce. La ragazza di Fermo, 17 anni compiuti due giorni fa, ha lasciato per un unico punto (5-7) al tie break del terzo set il match che le avrebbe consentito di giocare la finale del torneo junior di Melbourne. Pensi anche, se ci riesce, che una sconfitta così (6-4 3-6 6-7 contro la testa di serie numero 2 del torneo, la cinese di Taiwan En Liang) può essere colpa di un riflesso negli occhi, di un pensiero che disturba o di un ritardo di reazione su una palla che rimbalza male. Un nonnulla. E non ripensi ai due match point sprecati (uno per un doppio fallo), né alla possibilità non sfruttata di mettere al sicuro il risultato quand'era avanti 3-1 nel secondo set.
Elisabetta, che si allena a Tirrenia con la Fit, è una piccola luce nel buio attuale del tennis femminile azzurro. Il carattere positivo e la voglia di fare strada dimostrati in questi AusOpen, già noti a quanti ne stanno seguendo la crescita tecnica e mentale, non possono che far ben sperare. È importante tuttavia che non senta alcuna pressione, contrariamente a quanto accadde al suo corregionale Gianluigi Quinzi dopo la finale vinta agli Championships londinesi: quella contro Chung, guarda il caso.