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La prima volta di Simona

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Come ogni comunità umana, il tennis ha i suoi freak. Uso questo termine anglosassone perché molti sanno cosa significa, soprattutto se hanno visto il film di Tod Browning del 1932 intitolato appunto "Freaks", in italiano "fenomeni da baraccone", i cui protagonisti erano esseri umani con imperfezioni che suscitavano qualche curiosità morbosa. Il fatto può apparire eticamente scorretto, ma tant'è: me l'appuntai personalmente: al Roland Garros del 2010 molti spettatori e non pochi cronisti corsero a vedere in campo Simona Halep la prima volta che comparve nel tabellone di uno Slam pochi mesi dopo l'intervento di riduzione del seno per motivi solo tecnico-sportivi. Quasi si trattasse di una freak o ex-tale. La romena, 19 anni ancora da compiere, davanti a tanta attenzione non batté ciglio ma fu eliminata da Sam Stosur, allora tra le più forti al mondo.

A conferma che, per fortuna, i muri della tolleranza si sono nel tempo sbriciolati fino a crollare, ben altri presunti freak avevano già sfidato i pregiudizi del mondo bianco, razzista, misogino, omofobico e reazionario del Vecchio Grande Tennis, dagli omosessuali Bill Tilden, Gottfried von Cramm e Billie Jean King all'aborigena Evonne Goolagong, dalla transessuale Renée Richards ad Arthur Ashe, primo vincitore di colore di un torneo major negli anni dell'abolizione della segregazione razziale in America.
 
Da quell'esordio parigino tanta acqua è passata sotto i ponti sul Danubio della regione di Costanza, dov'è nata Simona. Dell'operazione chirurgica del 2009 s'è persa la memoria collettiva, nonostante i server di Google ne tengano innumerevoli tracce. Otto anni dopo, alla sua terza finale nello Stadio Philippe Chatrier dopo quelle lasciate nel 2014 a Maria Sharapova (4-6 7-6 4-6) e nel 2017 a Jelena Ostapenko (6-4 4-6 3-6), oggi la numero 1 al mondo ha giocato e finalmente vinto il titolo dei French Open. Il suo primo Slam, dato che l'inverno scorso aveva avuto modo di uscire sconfitta anche dalla finale degli Australian Open contro un'altra ex perdente seriale, Caroline Wozniacki (6-7 6-3 4-6). 
 
A evitare d'infliggere una nuova delusione alla più nota atleta romena del millennio è stata una che le finali era abituata a vincerle tutte o quasi: l'americana Sloane Stephens, 25 anni, da lunedì numero 4 WTA, campionessa in carica degli UsOpen, che prima di oggi aveva alzato la coppa in sei dei sette tornei che l'avevano avuta come protagonista all'ultimo atto. All'inizio del match sono emerse le solite paure di Simona, che nel primo set (3-6 in 41 minuti) non ha mai saputo mettere in difficoltà l'avversaria, dotata di notevole senso della posizione. Nel secondo set la riscossa di Halep è cominciata dopo aver ceduto i primi due game. Quando s'è rammentata dei consigli di training autogeno del suo coach, l'australiano Darren Cahill, ha lasciato le briciole a Stephens, improvvisamente scarica d'energie mentali e fisiche (6-4 in 49 minuti). Da un punto di vista tattico, Simona ha conquistato un metro in più di campo e da lì ha preso a sparare dritti e rovesci indirizzati spesso alle righe laterali, che hanno sfiancato Sloane.
 
Nel terzo set la ragazza di Plantation in Florida ha visto via via ridursi le qualità che per quasi un'ora le avevano consentito di dominare il match: la lucidità, la precisione, la determinazione. Soprattutto, la sua mobilità laterale, sollecitata dagli angoli di Simona, è apparsa insufficiente. Avanti 3-0, la romena - che un anno fa in una identica situazione aveva lasciato campo libero per la rimonta e poi il trionfo di Ostapenko - non ha fatto l'errore di voler solo mantenere il vantaggio di un break. Aggressiva e precisa, ha tenuto fino al 5-0, s'è concessa una pausa rigeneratrice e ha chiuso sul 6-1 dopo due ore e 3 minuti di battaglia che non dimenticherà più. Poi abbracci e lacrime. 
 
Il tabù Slam, più ingombrante e penalizzante del seno troppo sviluppato di cui preferì liberarsi, da oggi non c'è più. La fase più ricca di soddisfazioni della carriera di Simona Halep può davvero partire da adesso. Potrebbe essere lei l'erede, in termini di continuità, di Serena Williams. 
Twitter@claudiogiua