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La storia la scrivono Kevin e John

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Sulla carta sarebbe stata “l’altra semifinale”, quella che incuriosisce per i centimetri totali di altezza dei protagonisti (411, ossia i 208 di John Isner più i 203 di Kevin Anderson) e per il conseguente festival degli ace: come l’esibizione di una band che fa da spalla alla star globale in un megaconcerto. Invece la prima semifinale di oggi diventa l’evento storico da raccontare ad amici e nipoti. Ed è anche una partita dai palpabili pathos e tensione, che regala ai quindicimila della Centre Court il divertimento che molti temevano mancasse in una gara balistica.
 
I numeri che accompagnano l’ingresso trionfale di Anderson alla finale di domenica di Wimbledon 2018 sono quasi incredibili: sei ore e 36 minuti in campo, la terza partita più lunga della storia del tennis; 99 game complessivi (7-6 6-7 6-7 6-4 26-24); 298 punti conquistati da Anderson contro 271 di Isner; 53 aces di I. contro 49 di A.; l’84 per cento delle prime di servizio di A. trasformate in punti contro il 78 di I.; pochissimi doppi falli (4 di A., 6 di I.); 109 discese a rete dell’americano, più del doppio di quelle del sudafricano. 
 
Si capisce già all’avvio delle ostilità, quando il sole è a picco, che le differenze tecniche e fisiche tra i due sono risibili. Tuttavia la stessa potenza del servizio e la condivisa propensione al serve-and-volley non riducono la spettacolarità degli scambi, spesso prolungati e chiusi con tocchi leggeri oppure passanti brutali. L’equivalente discreta mobilità nonostante la mole imponente di entrambi (108 chili l’americano, 93 il sudafricano, che peraltro vive in Florida da anni: sono amici fraterni) ha effetti positivi anche sull’eleganza dei gesti atletici, come di rado accade quando gli atleti superano i due metri. A pesare resta però il servizio, che sia Big John, classe 1985, sia Kev Duck, 1986, nei primi set non cedono mai all’avversario. Dopo due ore di batti e ribatti la parità è perfetta: 7-6 (8-6) 6-7 (5-7). Solo al trentaquattresimo game, terzo set, arriva il primo break del match e dell’intero torneo ai danni di Isner, che si ritrova sotto per 3-5 e va a rispondere al servizio di Anderson, ormai sicuro di prendersi il parziale. 
 
E qui s’appalesa il cigno nero, l’evento che nessuno aveva previsto: l’immediato controbreak dell’americano che rimette tutto in pari. Il successivo e inevitabile tie break fa presagire che la faccenda sarà di lunga durata: 11-9 per Isner. Nel quarto set, vinto da Anderson, compaiono altri tre cigni neri, che ormai sanno come planare su SW19 in forma di break e controbreak, e per la prima volta non si gioca il tie break.
 
Il quinto set è epico. In assenza di tie break, come da regolamento dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club, il duello prosegue ad libitum. Risulterà alla fine più breve di quello, mille volte citato, che ebbe come protagonista qui nel 2010 lo stesso Isner e Nicolas Mahut sul campo numero 18 (11 ore e 5 minuti spalmati su tre giorni, l’ultimo set finito 70-68 per l’americano) ma più appassionante e partecipato. La stanchezza si fa sentire ma non intacca la qualità del gioco. L’equilibrio si spezza a favore del sudafricano dopo qualche segnale di difficoltà dell’americano, che più volte si ritrova a inseguire quando gli tocca servire. Il punto decisivo è determinato da un suo errore di diritto. Sta per imbrunire.
 
Difficile prevedere se Anderson, numero 6 del ranking ATP attualizzato, già finalista sconfitto da Nadal agli Us Open 2017, riuscirà in 48 ore a recuperare dallo sforzo combinato dei due interminabili match di mercoledì contro Federer e di oggi. Sapremo domani se il suo avversario sarà Rafael Nadal o Novak Djokovic, i quali stasera - incrociate le racchette a partire dalle 20.10 londinesi - sono costretti a fermare il timing della partita alle 23.02, quando stanno sul 6-4 3-6 7-6 (11-9) a favore del serbo, che mantiene il controllo degli scambi nel primo set, ha un momento di smarrimento nel secondo, ritrova la concentrazione nel terzo quando sfrutta la sua seconda chance nel tie break dopo avere annullato tre set point all'avversario. Per alcuni tratti, tennis stellare tra Rafa, in forma eccezionale, e Nole, totalmente recuperato. Una rivalità, la loro, che viene da lontanissimo.
 
Wimbledon, sabato primo luglio 2006, il ventenne Nadal affronta Andre Agassi, 36 anni, che una settimana prima ha annunciato che quelli sarebbero stati i suoi ultimi Championships. Il match, che ha in palio l’accesso al quarto turno, dura più di quanto previsto dai bookmaker. Il risultato è onorevole per Agassi: s’arrende sul 7-6 6-2 6-4 e saluta il pubblico della Centre Court che lo applaude in piedi. Jaume Pujol-Galceran e Manuel Serrao, testimoni diretti dell’inarrestabile e velocissima ascesa del ragazzo di Manacor, riportano in “Crónica de un fenomeno” (RBA, 2007, 16 euro) le parole del campione americano subito dopo la partita: “Nadal è incredibile, raggiunge ogni palla e te la rinvia più forte. È come una punchingball che colpisci e colpisci ma alla fine te la prendi in faccia tu. Nessuno sa muoversi meglio. Costringe l’avversario a tentare sempre qualcosa di speciale. In campo cerca solo di conquistare il punto successivo, ogni volta. Questa è la grande differenza. Credo sappia già che sarà presto in grado di vincere anche a Wimbledon". In effetti, Nadal perderà contro Federer le finali di quell’anno e del successivo ma alzerà la coppa nel 2008 e nel 2010. Agassi, invece, sarà il coach di Nole in tempi recentissimi.
 
Ancora Wimbledon, domenica 3 luglio 2011, il maiorchino trova in finale Djokovic, che ha un anno meno di lui ed è all’apice della forma nella sua stagione da mattatore. Jacob Steinberg del Guardian scrive di Nadal alla vigilia del match: “Immagina di giocare a tennis contro un muro di mattoni in grado di prevedere cosa farai nel giro di tre colpi. Un muro che non sbaglia  mai. Un muro con un sacco di trucchi, che può combinare potenza e intelligenza, dare traiettorie impensabili alle palle. Un muro consapevole di sé. Questo è Rafael Nadal. Come batterlo?”. La risposta la dà il serbo con il 6-4 6-1 1-6 6-3 che segna la quinta di sette vittorie consecutive sul suo avversario più forte all’epoca. Racconta Gianni Clerici su Repubblica del 4 luglio: “(Per Djokovic) era necessario tenere lunghezza di palla tale da far sì che gli schemi dello spagnolo divenissero il meno possibile aggressivi, e addirittura, sulla diagonale del rovescio, si accorciassero, aprendo al contempo il campo agli attacchi di Nole, il soprannome dell'eroe di Belgrado. Tutto ciò che era in mente serba non ha faticato a verificarsi sin dall'inizio, e l'attuazione si è addirittura accentuata per il rendimento insolitamente altalenante di Rafa, incapace, soprattutto, di mantenere i propri rimbalzi oltre la riga di metà campo”.
 
Sono passati tanti anni e ancora più tornei: rieccoli, Rafa e Nole, a tirarsi pallate a tarda ora sull’erba della Centre Court in uno dei classici del tennis del millennio. Li interrompono gli inquilini dei due palazzi affacciati sugli impianti dall’AELTC, che da qualche anno, previa adeguata trattativa, hanno ottenuto che qualsiasi match sia sospeso alle 23 precise. Perché il loro sonno è sacro. Good night and good luck anche a loro.
Twitter @claudiogiua