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La rabbia di Tsitsi e Nole

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Un paio di lettori mi hanno scritto via Twitter. Sono palesemente soddisfatti del fatto che sia incorso, a loro dire, in una previsione azzardata che la realtà avrebbe già smontato pezzo per pezzo. Il senso delle loro critiche è il medesimo, e lo riassumo così: durante gli Us Open ci hai detto in tutte le salse che era venuto il momento della gloria per chi è nato dopo il 1995 e, invece, dei quattro semifinalisti di Parigi solo Stefanos Tsitsipas ha meno di 25 anni (22 compiuti in agosto, per essere precisi), mentre Diego Schwartzman è del 1992 e gli altri sono i soliti Rafael Nadal, classe 1986, e Novak Djokovic, 1987; adesso spiegaci perché nei viali deserti che collegano i venti campi dello Stade Roland Garros si sono subito persi Daniil Medvedev, Alex de Minaur e Felix Auger-Aliassime, seguiti presto dagli altri giovani leoni Denis Shapovalov, Matteo Berrettini, Casper Ruud, Taylor Fritz eccetera.
 
Avendo imparato da bambino che con i numeri e i fatti non si litiga, devo dar ragione a Marcello e Franco: gli Under 25 che tanto bene s’erano espressi a Flushing Meadows non si sono ripetuti agli stessi livelli negli Open di Francia. La colpa o il merito - dipende dai punti di vista - è in parte della terra rossa usata nell’edizione 2020, che esaspera le caratteristiche tipiche di questa superficie e favorisce gli specialisti come Schwartzman e Nadal, che non sono certo i più giovani del circuito, e i maestri su ogni terreno, compreso il fango, come Djokovic (ne ho già scritto due giorni fa). A mia parziale giustificazione faccio solo notare che nei quarti di finale l’unico Under 20, Jannik Sinner, s’è ritrovato come avversario lo spagnolo numero 2 al mondo, dodici volte trionfatore a Parigi, e che i due Under 25 Tsitsipas e Andrej Rublev oggi hanno dovuto disputarsi tra loro il passaggio di turno. In questo match geneticamente russo e passionalmente mediterraneo - Stefanos ha la madre moscovita come Andrej, il quale a propria volta s’allena da anni in Spagna con Fernando Vicente - hanno prevalso le qualità nervose dell’ateniese, che ha recuperato nel primo set un cospicuo svantaggio (7-5), ha gestito in totale sicurezza il secondo set (6-2) e non ha concesso all’avversario alcuna chance nel terzo (6-3).
 
Il greco è in forma eccezionale com’era nel novembre scorso alle ATP Finals londinesi, che dominò. A Parigi ha avuto un solo giorno difficile, all’esordio contro lo spagnolo Jaume Munar al quale lasciò i primi due set. Poi, solo vittorie a percorso netto. Soprattutto, Stefanos finalmente sorride perché sta facendo quello che più gli piace: giocare a tennis senza eccessive pressioni. In passato, perfino in occasione della semifinale a Melbourne nel 2019 due mesi dopo il trionfo alle Next Gen Finals milanesi, appariva spesso nervoso e contrariato. A volte, addirittura rabbioso.
 
La svolta è arrivata, credo, a inizio marzo a Dubai durante la conferenza stampa successiva al successo sul britannico Daniel Evans. Qualche giorno prima Stefanos si era pubblicamente lamentato dell’eccessiva ingerenza dei genitori (papà Apostolos è il suo allenatore) in quanto “so che senza di loro non avrei ottenuto tanti ottimi risultati, ma a volte cerco di non ascoltare quello che mi dicono”. Una settimana più tardi Julia Salnikova Apostoli Tsitsipas si presentò infuriata, pass stampa al collo, all’incontro con i giornalisti accreditati nell’emirato. Ecco il resoconto del loro dialogo a microfoni aperti, quantomai esplicito: “Ciao Stef, sono qui perché voglio essere sicura di come ti senti e di quello che dici. Non ci vediamo spesso e questa è la mia occasione. Mi stavo chiedendo se davvero sai quanti sono stati i grandi tennisti seguiti dai loro genitori”. Stefanos: “Sei una giornalista, no? Voglio dire, una vera giornalista.” e poi, rivolgendosi ai cronisti: “(Mamma) ha letto quello che ho detto l’altro giorno, ecco perché è qui”. Julia, incalzante: “Lo sapevi che Marat Safin è stato seguito da sua madre? E poi Andre Agassi, Martina Hingis, Steffi Graf, Arantxa Sanchez, Jennifer Capriati”. S.: “Ricordo solo Alexander Zverev”. J.: “Anche Rublev”. S.: “No, Rublev non più”. J.: “Invece è sempre in giro con il padre”. S.: “Voglio nomi di maschi. Maschi che abbiano vinto uno slam o che siano fra i primi cinque del mondo”. J.: “Bene, tu potresti essere il primo”. Quando tra genitori e figli ci si parla con tanta chiarezza, si rompono i rapporti oppure i problemi generazionali si risolvono. Sembra quest’ultimo il caso dei Tsitsipas. Fatto sta che adesso l’espressione di Stefanos è un’altra. Più serena. 
 
Nell’ultimo quarto di finale Novak Djokovic ha avuto la sensazione di vivere il suo giorno della marmotta. Di fronte aveva Pablo Carreno Busta, testa di serie 17, che un mese fa a Flushing Meadows lo stava facendolo penare prima del minuto di follia che portò alla sua cacciata dallo slam. Il suo volto un po’ cavallino, nell’immaginario di Nole, coincide ormai con la sciagura imminente. Per cinquanta minuti lo spagnolo ha giocato a specchio, ma  meglio, del numero 1 al mondo: grazie a due break a favore e un solo controbreak, s’è preso il primo set (6-4). Il serbo, che denunciava dolori al collo, è immediatamente apparso furibondo: la beffa sarebbe stata insopportabile se stavolta fosse stato eliminato per via agonistica anziché “giudiziaria”. Ma la rabbia, lo sappiamo, è linfa vitale per lui:  salito in cattedra, ha impartito lezioni a Carreno Busta, il quale - da bravo studente - ha imparato presto e s’è adeguato ai ritmi forsennati e ai colpi sempre al limite. Ne sono usciti tre set di notevoli intensità e bellezza, più combattuti di quanto suggeriscano i punteggi: 6-2 6-3 6-4 a favore di Nole, che disputerà la decima semi a Parigi e la trentesima negli slam. Dati gli antefatti di ieri e oggi, le due semifinali di venerdì - Nadal vs. Schwartzman e Djokovic vs.Tsitsipas - promettono grandissimo spettacolo.