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Con Jessica l'ereditiera piove sul bagnato

Jessica Pegula (ansa)
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Se a Melbourne nel torneo maschile la sorpresa è Aslan Karatsev, in quello della metà del mondo che conta di più è Jessica Pegula, testimonial come il russo della possibilità di diventare tennista di prima fascia anche superata la boa dei 25 anni d'età. L'americana, classe 1994, ufficiosamente da oggi numero 43 del ranking WTA, fino al 2019 aveva vissuto l'esperienza esaltante del main draw di un major solo a Flushing Meadows, a due passi da casa sua che è a Buffalo nell'alto stato di New York. Entrata due anni fa stabilmente tra le Top 100, dopo la sosta del circuito per la pandemia ha mostrato miglioramenti notevoli agli Us Open, dove ha raggiunto il terzo turno per poi cedere sotto i colpi di Petra Kvitova. Agli Australian Open sta stupendo la sua serie di vittorie, tutte contro ex o attuali Top 10: regolata in due set (7-6 6-4) Viki Azarenka nel primo turno, ha lasciato un solo game (6-0 6-1) a Samantha Stosur nel secondo e surclassato (6-2 6-1) Kristina Mladenovic sabato. Oggi, negli ottavi di finale, ha appena faticato un po' di più (6-4 3-6 6-3) contro Elina Svitolina, WTA 5. La semifinale è alla sua portata, perché la prossima avversaria sarà Jennifer Brady, di Harrisburg in Pennsylvania, classe 1995, WTA 20 nella classifica real time, che oggi ha eliminato Donna Vekic: l'ha già battuta in due set l'anno scorso nel torneo di Cincinnati in trasferta pandemica a New York.

In palio mercoledì ci sono gli 850mila dollari che toccano a chi approda al penultimo atto degli AusOpen. Sono peanuts, noccioline, per Jessica, considerando che negli Stati Uniti il cognome Pegula non viene associato a lei bensì a suo padre Terrence detto "Terry", miliardario imprenditore del settore energetico, notissimo nel mondo dello sport in quanto proprietario della holding Pegula Sports and Entertainment che a sua volta possiede i Buffalo Sabres della National Hockey League (NHL) e, con la moglie Kim, dei Buffalo Bills della National Football League (NFL), oltre che dei Buffalo Bandits e dei Rochester Nighthawks della National Lacrosse League, più altre frattaglie. In questo, Jessica e Aslan hanno ben poco in comune. Resta il fatto che non è frequente che una ereditiera (o un ereditiere: è, più in piccolo, il caso di Taylor Fritz) s'impegni per diventare protagonista di uno sport duro come il tennis: di solito, preferiscono attività meno totalizzanti. Il che va a loro merito.

Non avremo invece italiani nei quarti di finale dello slam downunder. Matteo Berrettini si è ritirato a un paio d'ore dal match con Stefanos Tsitsipas previsto in chiusura di giornata nella Rod Laver Arena. Il romano si era infortunato ai muscoli addominali nel match di sabato poi vinto contro Karen Khachanov in tre set. Non si trattava, come gli era stato sommariamente diagnosticato durante il medical time-out, di una contusione bensì di uno strappo muscolare che gli impedisce di eseguire correttamente il movimento del servizio, il suo fondamentale più vincente. "I medici mi hanno detto che scendere in campo sarebbe stato un rischio eccessivo", ha detto in conferenza stampa, abbacchiatissimo. È importante, adesso, che la forzata uscita di scena non comporti contraccolpi psicologici, perché Matteo ha dimostrato nelle sue due settimane australiane di essere in grado di confrontarsi alla pari con qualsiasi avversario.

Nel suo ottavo di finale non ce l'ha fatta Fabio Fognini contro Rafael Nadal nonostante abbia giocato una buona partita che, con qualche briciola di fortuna, avrebbe potuto avere uno sviluppo diverso. In particolare, nel secondo set il ligure è stato avanti per 2-4 ma poi, al servizio, non ha saputo portarsi sul 2-5; subito dopo, sul 3-4, avanti per 0-40 s'è lasciato riacciuffare e superare dal numero 2 ATP. Nel primo e nel terzo parziale lo spagnolo ha invece avuto il controllo delle operazioni grazie ai break conquistati per tempo e poi difesi con energia e sapienza tennistiche. Il punteggio, 6-3 6-4 6-2, descrive compiutamente - come quasi sempre accade con i numeri - la migliore versione nadaliana vista finora a Melbourne.

Nel computo degli scontri diretti salgono a 13 i successi di Rafa contro i 4 di Fabio. Ci fu un solo anno, il 2015, nel quale il bilancio dei testa-a-testa si ribaltò a seguito delle sconfitte di Nadal in semifinale a Rio de Janeiro, negli ottavi a Barcellona e al terzo turno a Flushing Meadows, mentre Fognini cedette di misura (7-5 7-5) solo ad Amburgo (che allora ospitava un Masters 500) in una finale della quale molti ricordano le polemiche per le accuse di coaching a zio Toni, che dall'angolo parlava continuamente con il nipote in difficoltà. L'allora ventinovenne di Manacor veniva da un lungo periodo segnato da infortuni e malattie: per sette settimane sfiorò addirittura l'uscita dai Top 10. Adesso è Fognini ad uscire da una non facile riabilitazione dopo il doppio intervento chirurgico alle caviglie subito durante il lockdown primaverile e il successivo stop autunnale per contagio da Covid. La sua campagna australe, con la finale in ATP Cup e i tre turni superati agli Australian Open sono un eccellente viatico per gli impegni dei prossimi mesi, peraltro al momento non tutti confermati a causa dell'andamento peristaltico della pandemia.