Contro Nole, riecco Jannik lo schiacciasassi

Contro Nole, riecco Jannik lo schiacciasassi
(afp)

La rubrica Monday’s Net

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Alla sua sesta partita sull’erba dei Championships, Jannik Sinner torna ad essere lo schiacciasassi che da marzo a maggio aveva ridotto in poltiglia chiunque, lasciandosi alle spalle una spianata desolata dove c’erano ambizioni e speranze. Opposto in semifinale a Novak Djokovic, il capofila ATP è concentrato e in piena fiducia, nonostante il più titolato tennista della storia continui a mostrare la determinazione agonistica e l’efficacia tecnico-fisica tipiche di un trentenne (lui però è del 1987).

Raramente il punteggio sintetizza, come oggi, quanto accade in campo: 6-4 6-4 6-4, due break chirurgici nei primi set, una mazzata in apertura (sempre in forma di break) nel terzo. Di fatto, Jannik non sbaglia niente, e Djokovic sbaglia poco di più: ma, come ha spiegato Roger Federer agli studenti di Dartmouth due anni fa, “delle millecinquecentoventisei partite di singolare che ho giocato in carriera, ne ho vinte quasi l’80 per cento. Quale percentuale di punti pensate abbia raccolto in quelle partite? Solo il 54 per cento”. Significa che basta poco per ottenere tantissimo. Strafare fa solo faticare di più.

Nel parziale finale, l’italiano è accorto, una volta in vantaggio, a sventare le poche occasioni di recupero che Nole si procura. Quando, nel decimo game, serve per sigillare il risultato, è glaciale: due ace, uno smash, un errore dell’avversario. Centoquaranta minuti di grande tennis.

Il campione uscente dei Championships spiega al pubblico, che avrebbe voluto un match più lungo: “Affrontare Novak è un grande onore, perché lui è sempre di grande ispirazione per tutti noi”. Belle parole che non convincono quanti hanno speso fino a seimila sterline per essere seduti nelle tribune migliori. Ma a motivare quanto è accaduto in campo è Djokovic: “Niente di speciale, Sinner è stato semplicemente il miglior giocatore in campo. Era difficile leggere il suo servizio, e sparava fortissimo”. Punto.

Da adesso Jannik pensa solo ad Alexander Zverev, che sfiderà domenica. Nell’altra semifinale, infatti, il local hero Arthur Fery s’arrende al tedesco per 7-6 6-2 6-4. Dopo quasi un’ora di perfetto equilibrio, nel tie-break il nuovo numero 2 del mondo prende il largo e da quel momento il numero 1 britannico smarrisce lo smalto esibito negli ottavi e nei quarti. Fery, con la wildcard più azzeccata dell’AELTC nel recente passato, in dodici giorni aveva costruito una fantastica storia grazie a una virtù che pochi ragazzi della sua età (compirà ventiquattro anni domenica) sanno gestire: la capacità di costringere l’avversario allo sbaglio e di limitare i propri errori non forzati. I numeri parlano chiaro. Nel primo turno contro Dzumhur il suo rapporto tra vincenti ed errori era quasi in pareggio; contro Bergs e Dimitrov aveva vinto pur avendo incassato meno punti totali, perché nei momenti che contavano era sempre l’altro a sbagliare. È la matematica dell’erba nella sua forma più pura: chi concede meno errori gratuiti porta a casa il risultato, anche giocando in modo meno appariscente.

Nel primo set, Fery resta dentro il match con la stessa disciplina dei turni precedenti. Il tie-break è anche il punto di svolta: Sascha prende il controllo e non lo molla più. Gli errori non forzati di Fery salgono significativamente, la disciplina relativa, che era stata la sua arma segreta nei turni precedenti, svanisce. I vincenti restano comunque non pochi, ma non hanno più la stessa incisività: contro un giocatore di questo livello, contro il campione del Roland Garros che sta attraversando il torneo con una solidità impressionante, i margini diventano incolmabili. Zverev si prende senza tremori, 6-2 6-4, i due set successivi: è la conferma della superiorità già evidente nel tie-break. Il pubblico resta fino all’ultimo dalla parte del ragazzo di casa, sperando di sostenerlo come nei momenti difficili contro Bergs e Dimitrov. Ma quando Zverev allunga, quando diventa chiaro che il tedesco non arretra, l’aria cambia. Non un silenzio di resa, ma quasi un riconoscimento: questo è un altro livello, questo è quanto accade quando l’occasione storica incontra la semplicità tecnica di un campione in forma.

Wimbledon cambia la carriera e forse la vita del giovane anglo-francese formatosi nei campionati universitari americani. La regina Camilla gli aveva detto, dopo i quarti: “Continua così”. Continuerà, senza dubbio. Ma questa sera il piccolo campione del circolo a trentatré minuti a piedi dalla Centre Court ripenserà a un’unica cosa: a quando quell’equilibrio mantenuto fino al 6 pari s’è dissolto nel tie-break. È l’istantanea di una partita che avrebbe potuto essere e non è stata.

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