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Karatsev il migrante non sarà una meteora

Aslan Karatsev (ansa)
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A colpo d'occhio, in serata ci sono tutti i 7500 spettatori ai quali è stato consentito l'accesso alla Rod Laver Arena. Il ritorno degli applausi e degli incitamenti dal vivo è la conseguenza più attesa dell'allentamento dell'ordinanza sanitaria che ha chiuso per cinque giorni i cancelli del Melbourne Park. La claque registrata faceva tanto sitcom alla Friends o, se volete, Dimartedí di Floris. Deprimente. Sono tutti lì per vedere, più che il numero 1 ATP Novak Djokovic, l'attuale numero 42 Aslan Karatsev, atterrato  in Australia il mese scorso come numero 114, entrato in tabellone dalle qualificazioni per disputare il primo slam della carriera e infine approdato alla semifinale dopo aver eliminato giocatori del calibro di Schwartzman, Auger Aliassime e Dimitrov. Il ventisettenne russo migrante - ha vissuto in Ossezia del Nord, in Israele, in Russia, in Spagna, in Bielorussia - li delude, almeno in parte, perché il serbo è già in modalità "nono Australian Open" e "diciottesimo slam": in vista della finale, sta mettendo su, pezzo dopo pezzo, una delle sue perfette macchine da major.

Pur sconfitto 6-3 6-4 6-2, Karatsev conferma le qualità mostrate negli ultimi sei mesi. Servizio da Top 20, precisissimo e spesso in slice. Diritto in avanzamento che fa male sia quand'è lungolinea, sia se incrocia dall'angolo estremo. Rovescio bimane potente, spesso in back e soprattutto difensivo. In più, sa cambiare ritmo con i dropshot e le accelerazioni improvvise. Gli piace rischiare, come tutti i migliori, puntando, appena può, alle linee.

Il match è più combattuto e incerto di quanto il punteggio lasci immaginare. Nel primo set Karatsev tiene bene il passo fino al 3 pari; nel secondo, sotto 5-1, riesce a recuperare uno dei due break accumulati all'inizio e ha addirittura due chance per riagganciare Nole; nel terzo subisce un break, lo recupera immediatamente ma poi non contiene il serbo, che si conferma straordinario alla risposta e altrettanto, finalmente, al servizio grazie alle lezioni di Goran Ivanisevic. Finisce con una meritata standing ovation che accomuna i due giocatori.

Karatsev non sarà una meteora. Dice Djokovic: "La sua è una storia senza precedenti, uno così fa crescere il tennis. Risponde molto bene, colpisce piatto e profondo, ti trovi di colpo la sua palla tra i piedi, ho dovuto studiare per azzeccare le contromisure". Se non farà politica in Serbia, prevedo per Nole un futuro da commentatore per Eurosport o Amazon.

Serena Williams ha vinto tutto quanto c'era da vincere e fatto suo ogni record possibile. Ha mancato due soli obiettivi: non le è mai riuscito il Grande Slam e, finora, non ha almeno affiancato Margaret Court nella somma dei major conquistati in singolare. Nel 2015 a fermarla nell'ultima rincorsa ai quattro grandi tornei nella stessa stagione fu Roberta Vinci nella semifinale degli Us Open, con il clamoroso punteggio di 2-6 6-4 6-4. Serena aveva 34 anni e stava cominciando a pensare che diventare madre sarebbe presto stata la sua priorità. Alexis Olympia è nata nel 2017 e inevitabilmente le ha monopolizzata la vita (ora, a 3 anni, la bambina gioca già a tennis e sfoggia un rovescio bimane perfetto, come ha documentato Vanity Fair). Addio per sempre, dunque, al progetto Grande Slam.

Resta l'altro record da frantumare: i 24 slam della grande giocatrice australiana degli anni sessanta e settanta. Potesse scegliere, credo che Serena vorrebbe fosse sempre Naomi Osaka, e non altre, a batterla in uno slam, come accadde in condizioni spiacevolissime - non per colpa della giapponese cresciuta negli Stati Uniti! - nella finale di New York del 2018 e come è accaduto a Melbourne oggi. Ha una grande stima della numero 3 mondiale (lei ora è 7): le piace come gioca e l'ammira perché "è di grande ispirazione per i giovani anche fuori dal campo", ha detto. Si riferisce alle battaglie civili che Naomi, figlia di un haitiano di colore e di una nipponica, sostiene mettendoci letteralmente la faccia, come fece a Flushing Meadows in settembre scrivendo a ogni turno sulla mascherina anti-Covid il nome di una vittima delle violenze della polizia nelle città americane. Determinante il suo contributo alla popolarità globale della campagna Black Lives Matter.

È una stima condivisa ed evidente nell'abbraccio al termine del match di oggi: "Ha un particolare significato per me condividere il campo con Serena", ha detto Osaka, che ha ottenuto il 6-3 6-4 con la sicurezza che sembra difettare a tutte le altre co-protagoniste del circuito femminile, da Halep a Muguruza, da Kenin a Svitolina, per non dire di Karolina Pliskova. Unica eccezione è ovviamente Ashley Barty.

Naomi comincia male la prima frazione rischiando di trovarsi sotto 0-3. Recuperato il break, infila una serie di cinque game consecutivi che annichiliscono Serena. Nel secondo set c'è più equilibrio. Sul 4-4 spinge sull'acceleratore e mette a segno otto punti consecutivi guadagnandosi l'accesso alla finale, dove troverà un'altra americana, Jennifer Brady, che ha eliminato la ceca Karolina Muchova (6-4 3-6 6-4).

Le improvvise lacrime di Serena in conferenza stampa sono state da molti giudicate un suo addio a Melbourne se non al tennis. Non ci credo. Ha lavorato troppo in questi mesi per tornare al livello di forma di sei anni fa, dunque la rivedremo a Parigi, a Wimbledon e a New York. Casomai, l'annuncio di un suo futuro come mamma-coach di Alexis Olympia arriverà a settembre sull'amato cemento di Flushing Meadows.