Quando il confine tra la vittoria e la sconfitta è il nulla di un colpo svirgolato o di un colpo di fortuna, viene da chiedersi se si equivalgano le sensazioni di fatica di chi alla fine si prende le ovazioni del pubblico e di chi esce dal campo a testa bassa. Quanti frequentano gli spogliatoi dei grandi tornei raccontano che, al termine di match massacranti ed equilibrati come quelli agli Us Open 2022 di Lorenzo Musetti ieri e di Matteo Berrettini oggi, i perdenti hanno bisogno di silenzio e attenzioni; ai vincitori basta, per sentirsi bene, l'adrenalina positiva che hanno in circolo. Nei due immediati dopopartita ho seguito con cura entomologica i gesti e le espressioni di David Goffin, eliminato nella notte italiana tra martedì e mercoledì dal giovane carrarino al termine di un long tie break drammatico, e di Hugo Grenier, che nel caldo e ventoso pomeriggio newyorkese ha probabilmente sfoggiato contro il romano il proprio miglior tennis di sempre: entrambi hanno stipato in fretta le proprie carabattole nei borsoni, alzato stancamente la mano destra per ringraziare i pubblici del Louis Armstrong Stadium e del Grandstand, sorriso appena, raggiunto senza fretta le uscite così da lasciare all'avversario l'emozione solitaria degli applausi. Ci vogliono ore, mi dicono, prima che la delusione o l'euforia si stemperino e la fatica emerga per quella che è, senza più differenze tra vinti e vincitori: reazioni biochimiche nei muscoli, nelle articolazioni, nel sistema cardiovascolare, nelle sinapsi cerebrali e periferiche.
Dell'impresa di Lorenzo ho scritto ieri in Monday's Net. Oggi Matteo ha prevalso a fatica contro Grenier, il pari età (1996) originario di Montbrison, nella Loira, che molti appassionati italiani conoscono perché trova spesso ospitalità nei tabelloni dei Challenger a Bergamo, Forlì, Sanremo, Roma e altrove. Nel primo set il numero 119 ATP, ripescato dall'USTA dalle qualificazioni come lucky loser, conferma l'eccellente servizio e la chiara visione del campo, oltre al diritto preciso e lavorato. Sorprendono di più il tocco felice sotto rete e la tranquillità in alcuni passaggi psicologicamente difficili. Il nostro numero 2 tarda invece a mettersi in moto, forse perché ci sono minimi postumi del Covid che l'ha colpito alla vigilia dell'esordio nei Championships londinesi. Per fortuna, come dice il mio amico Carlo Annovazzi che ogni anno vola a Flushing Meadows, "Berretta gioca con la testa". Quando si rende conto che, nel suo angolo, Santopadre, Rianna e gli altri dello staff se ne stano zitti perché preoccupati, spiega loro a gesti che stiano tranquilli, che ci sarà tempo e modo per riprendere in mano il match nonostante il deludente 2-6 di avvio. Va davvero così, il secondo parziale è un suo monologo. Ma nel terzo e nel quarto set Grenier estrae dal trolley da globetrotter ottimi spunti e carattere a sufficienza per non farsi mai staccare: nei successivi tie break Berrettini si prende il match soltanto grazie alla più consolidata abitudine, rispetto all'avversario, a giocare ai massimi livelli (2-6 6-1 7-6 7-6 in 3 ore e 26 minuti). Come detto, alla fine Matteo è pimpante mentre Hugo appare spossato: la fatica, appunto, non è la stessa per tutti.
Intanto è in campo Camila Giorgi, che si spinge a un passo dal terzo turno: è avanti 6-4 5-7 2-5 contro la testa di serie numero 20 del torneo, Madison Keys, 27 anni. Il vantaggio è considerevole ma non abbastanza: più per merito dell'americana che per demeriti della maceratese, in breve si compie il riaggancio e poi, nel long tie break, si realizza il successo della beniamina del Louis Armstrong Stadium (6-4 5-7 7-6 in 2 ore e 22 minuti). Anche qui, la fatica si dipinge solo sul volto dell'italiana, nonostante il suo consueto straordinario mimetismo delle emozioni. Madison è invece raggiante.
Mentre scendono le prime ombre sul Queens, viene l'ora del match Serena vs. Kontaveit. In passato, a raccontarlo sarebbero bastate poche righe di cronaca, tanto era scontato il successo della più giovane delle sorelle Williams, dotata di classe e potenza non comparabili con quelle dell'estone. Oggi no, perché gli anni passano (a breve Serena ne compirà 41) e davvero questa potrebbe essere la sua partita d'addio. Anett, 26 anni, è un osso assai più duro della montenegrina Danka Kovinic, è la numero 2 del ranking WTA e dunque tra le favorite per la conquista del titolo.
Come già nel primo turno, lunedì, l'Arthur Ashe ribolle di passione. I boati sono tanti quanti i punti conquistati dalla dominatrice del tennis del terzo millennio, che si sta via via convincendo di poter avanzare nel tabellone. Per alcuni tratti gioca come quand'era imbattibile. Si prende il primo set al tie break, cede il secondo per colpa di una decina di minuti di pausa nelle fasi iniziali, va in fuga due volte nel terzo e la seconda non si fa più raggiungere (7-6 2-6 6-2 in 2 ore e 27 minuti). Chiude la pratica con un fenomenale rovescio lungolinea. Kontaveit è annichilita, Serena - senza un'ombra di fatica sul viso - è felice di poter rinviare di nuovo il momento della commozione e dei ringraziamenti infiniti. Sorride senza lacrime perfino quando sui maxischermi compare Oprah Winfrey che racconta l'inimitabile carriera dell'amica. Venerdì toccherà ad Ajla Tomljanovic provare a fermarla. Rischierà, l'ex fidanzata di Berrettini, l'odio imperituro di milioni di serenomani.